100secondi

storie che si leggono in un sorso
sabato, 23 maggio 2009

IL CIELO

2009-01 06 014Luca è in terrazza. Accosta meglio alla lente l’occhio, azzurrissimo. Pian piano, nel brulichio indistinto comincia a distinguere delle forme. Non scorge i particolari, ma vede mani e zampe.
Ormai è sicuro che quelle creature svolgono attività coscienti. Una corre, altre camminano. Due paiono baciarsi.
Una soprattutto lo attrae. È immobile, ingobbita, ma poi solleva un viso serpentiforme e lo guarda.
Luca si stacca dal microscopio e riavvicina i lembi di pelle sul suo avambraccio, serrandoli con un cerotto. È come un sipario, pensa ammirato, senza immaginare quanto il suo pensiero sia comune, in quell’istante. Poi guarda il cielo, azzurrissimo.

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categorie: racconti, fantastico, eventi soprannaturali
lunedì, 23 febbraio 2009

VUOTI

Udin Simona sentì le nocche di Yuri sotto ai suoi piedi scalzi.
Cercò a tastoni le scarpe, appoggiate vicino al letto, e usando il cellulare illuminò la botola di uscita. In piedi nel buio aspettò che l'impianto centrale di ossigenazione scandisse l'ennesimo quarto d'ora, e quando il ronzio meccanico riempì l'aria, azionò il congegno che apriva lo sportello in carbonio. I suoi genitori, probabilmente, non si sarebbero accorti della sua uscita niente, ma quella notte era troppo importante per rischiare di farsi scoprire.
Scese la scaletta che portava al piccolo ballatoio, sospeso nel vuoto sotto casa sua, mentre Yuri, illuminato dal tenue chiarore dei generatori notturni, l'accompagnava con le mani sulla schiena.
– Grazie – sussurrò lei, appoggiandosi al parapetto e cominciando a indossare le scarpe – Alan?
– Ci aspetta sul Grande Ponte – rispose il ragazzo, tirando fuori dal giubbotto un aggeggio simile a un telecomando.
– Cos'è?
– Un passepartout a frattali magnetici – disse sorridendo sotto il ciuffo – È da due settimane che ci lavoro, apre praticamente tutto.
– Il recorder di immagini mentali?
– Ce l'ha Alan.
– Siete grandi – disse Simona, con un sorriso nella voce.
Si avviarono verso il Ponte, seguendo con una mano il parapetto. Le loro chiome candide sfioravano le scalette che, a intervalli regolari, salivano verso gli ingressi di ogni abitazione. Simona, tesissima, tratteneva il respiro, pensando a come stesse camminando sotto i sogni di tutte quelle persone, che dormivano nei loro letti. Le case, rettangoli senza finestre aggrappati al soffitto della grande grotta, sembravano vampiri dagli occhi chiusi, pronti a svegliarsi e volare via. Quando il ronzio meccanico ruppe puntualmente il silenzio, lei trasalì, e cercando istintivamente di aggrapparsi anche con l'altra mano, cozzò bruscamente contro il parapetto, e il cellulare le sfuggì, cadendo nel vuoto.
– Cazzo! – imprecò a voce alta.
– Dai, non è grave – la tranquillizzò Yuri, che aveva assistito alla scena – lo andremo a riprendere domattina dal Recupero Reti. Muoviamoci piuttosto, che il vecchio Livio potrebbe aver già cambiato idea.
Era vero. Quel pomeriggio il nonno di Alan, la cui vecchiaia era seconda solo alla pessima salute, aveva finalmente acconsentito a permettergli di registrare un file con i suoi ricordi.
Era uno dei pochissimi anziani che aveva vissuto in superficie, e Simona, Alan e Yuri, avrebbero finalmente scoperto se l'antico mondo fuori dalla grotta era esistito davvero, o se era solo una leggenda curiosa, raccontata ai bambini.
Dopo aver fatto un cenno di saluto ad Alan, camminarono senza altri infortuni verso la casa di Livio, attraversando il Ponte e innumerevoli altri ballatoi, stretti e a volte completamente bui, che cambiavano direzione a ogni manciata di metri. Sapevano di dover eludere la sorveglianza, perché scaricare ricordi da un over-eighty era un reato, ma anche se erano molto scettici sull'esistenza di quel mitico passato, erano disposti a rischiare.
Solo quando girarono l'ultimo angolo si avvidero delle luci azzurre che lampeggiavano proprio lì dov'erano diretti. Un lungo involucro, avvolto in un lenzuolo bianco, veniva calato dalla botola, e capirono subito che la loro missione era già fallita.
Alan, che suo nonno non l'aveva praticamente mai conosciuto, restò impassibile, mentre Simona si appoggiò con i gomiti al parapetto, e le lacrime caddero nel vuoto, attraversando anche le sottili maglie della Rete di Raccolta.
– Dai, coraggio – le disse Yuri, avvicinandosi e accarezzandola con le dita pallide – Non è l'ultimo. Vedrai che prima o poi lo scopriremo, com'era fatto il Sole.


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Versione in lingua friulana
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categorie: racconti, fantascienza, udine
lunedì, 19 gennaio 2009

IL CANTO

2009-01-19-Passariano– Muoveteviii! – berciò la testa di Fiona, dal comodino.

Il resto di lei, privo di vestiti e ritegno, sbatteva sui mobili e sui muri della camera, spargendo dispettosamente feci e orina sul pavimento.

 

L’avevano decapitata mentre dormiva, zeppa di Guinness e salmone affumicato. Era stato Liam a volerci provare, istintivo come sempre. Nonna Abigail glielo aveva detto, che era tutto inutile, ma lui, testardo come suo padre, era stato irremovibile. Quando aveva calato l’ascia sul suo collo pallido, Fiona aveva ruttato così fragorosamente, che le tende avevano rabbrividito. Poi, mentre la testa rotolava e i lunghi capelli rossi si torcevano intorno al naso e alle orecchie, si era messa a ridere. Era una risata gracchiante e stridula a tempo stesso, un latrato asincrono che pareva una cornamusa suonata a pieni polmoni da un asino. Si erano portati tutti le mani alle orecchie, abbassandole e sospirando di sollievo quando quella gola recisa aveva interrotto quello strazio. Dopo un brevissimo silenzio, però, seppur biascicando e mangiandosi le parole, e con un timbro e un’intonazione profondi, quasi maschili, aveva cominciato a cantare.

Ripeteva una litania irritante, anche se non insopportabile, che riuscivano a decifrare solo a sprazzi. Distinsero la parola automobile, e poi triangolo, viscere, quercia, caramella, ma nessuno, in quelle vocali distorte fino a far marcire i significati, riuscì a scorgere un nesso logico. Credettero fosse un ultimo delirio prima di tirare definitivamente le cuoia. Solo nonna Abigail sbiancò e li obbligò a uscire subito da quella camera, chiudendo la porta a chiave.

Gli altri la ubbidirono immediatamente, spaventati da quel canto innaturale e dal corpo che cercava goffamente di scendere dal letto, ma una volta fuori dalla stanza cominciarono a ridacchiare e a complimentarsi con Liam. Prima o poi avrebbe smesso di agitarsi e loro si potevano considerare liberi da quell’insana e assurda presenza. Solo nonna Abigail, benché Fiona avesse smesso di cantare, non sembrava sollevata. Si era chiusa in un mutismo che oscillava tra l’inquietudine e la rassegnazione.

Inizialmente quasi la derisero, indicandola come la solita inguaribile pessimista, ma dovettero ricredersi un paio d’ore più tardi, quando un agente della Garda suonò alla porta per notificare l’incidente d’auto occorso al vecchio zio Seamus.

La pioggia… l’asfalto viscido… una disattenzione… In quel silenzio irreale le frasi dell’agente tintinnavano come cubetti di ghiaccio in un bicchiere vuoto, ma loro non l’ascoltavano già più.

Tutto questo accadeva poco meno di un mese prima.

Da allora, dopo essere stata ripescata dall’acquario, dove Liam l’aveva gettata per soffocarla, o per lo meno zittirla, quella testa era diventata sempre più esigente. Dal comodino dove l’avevano sistemata, aveva dovuto cantare soltanto un’altra volta, per convincere tutti che la morte di zio Seamus non era una coincidenza. Era morta Eileen, sua cugina, ma fortunatamente i suoi novant’anni e quel continuo imperterrito masticare e sputare tabacco, avevano reso il suo ruzzolone mortale un avvenimento quasi gradito.

A nessuno però era sfuggito il canto di Fiona, che pochi minuti prima, contrariata per il blood pudding che non le avevano portato, aveva intonato la sua nenia, descrivendo con i suoi angoscianti gorgheggi il lutto a venire. Il telefono della vecchiarda suonava già inutilmente, quando capirono cosa stava accadendo. Da quel momento, per l’intera famiglia, fu il delirio.

 

– Eehh! Eeeh! Eeeehh! – strillava ancora Fiona, di nuovo ubriaca – quando arriva il mio Powers!

Nonna Abigail, che di whiskey non se ne intendeva, armeggiava col cellulare cercando di telefonare a uno dei figli, o a sua nuora, o uno qualsiasi dei nipoti.

Sapeva che Doreen era al supermercato a cercare delle patatine al pepe, Sinead a comprare il gelato alla Guinness, Roan nei boschi con Neil, a caccia di tartufi. Brenda e Cormac persi chissà dove, cercando di soddisfare l’ennesimo capriccio. Altri della famiglia erano a dormire, stremati da quella continua tensione a cui non avevano ancora trovato rimedio, se non quello di ubbidire.

Zoppicando sul suo bastone si avvicinò al catino che conteneva la testa fantasma, con l’idea di spiegargli che avrebbe dovuto portare pazienza, e magari di versargli in gola un’altra birra, sperando che la volesse. Troppo tardi. Fiona, con mezza faccia sommersa da quello che aveva già bevuto in precedenza, aveva le gote paonazze. Fissò la poveretta con i suoi occhi verdi, che non mostravano alcun segno della saggezza che doveva aver accumulato durante i secoli della sua esistenza, ma solo smania e dissennatezza. Si schiarì la gola con un colpo di tosse, e cominciò a cantare.

Abigail, affranta, si sedette sul letto, incurante del corpo decapitato che ogni tanto la urtava. La disperazione l’avvolse a tal punto che quasi sperò di essere lei, la protagonista della canzone. Essere una famiglia numerosa è un’angoscia che si aggiunge alla schiavitù, se impazzisce la tua banshee.

Si alzò e uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle e sedendosi vicino alla porta d’ingresso, con il telefono sulle ginocchia. Cominciò a piangere, senza sapere per chi.

 

 

VERSIONE IN LINGUA FRIULANA

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categorie: racconti, banshee, eventi soprannaturali, passariano
sabato, 27 dicembre 2008

CONFINI


Bertiolo - 2008 12 12I colpi gli giunsero in testa come fucilate lontane.

Thump thump thump thump…

Augusto si drizzò sul sedile di scatto, sconvolto, spalancando occhi e orecchie.

Thump thump thump thump thump thump thump…

Gli ci volle qualche attimo per capire che probabilmente era l’autoradio, a fare tutto quel casino. Schiacciò istintivamente il bottone dello spegnimento, ma non accadde nulla.

Thump thump thump thump thump…

Si guardò in giro, stranito. Era buio. E faceva freddo, perché si accorse che tremava da capo a piedi. Osservò di nuovo l’autoradio e gli parve ci fosse scritto qualcosa, al posto della frequenza. Probabilmente il sonno gli stava ancora aggrovigliando i pensieri, e non era in grado di difendersi da quel frastuono, anche se ormai aveva provato a schiacciare tutti i pulsanti.

Thump thump thump thump thump thump thump…

Come un bimbo capriccioso, Augusto si tappò le orecchie con i palmi, schiacciandole con violenza per allontanare quel suono, ma una meraviglia inaspettata mutò subito in paura, quando si accorse che i colpi era dentro la sua testa. Ma proprio mentre stava familiarizzando con quella sensazione, un silenzio inspiegabile lo avvolse come un mucchio di cotone bagnato, e rimase così, stranito, con le orecchie che bruciavano sotto le mani gelate.

Solo dopo quel momento, mentre il buio continuava a masticare l’auto, che cominciò a capire dove si trovava e ricordarsi quel che gli era successo.

Aveva sognato, ne era quasi sicuro, visto che l’autoradio era spenta. Girò la chiave per metà e avviò i tergicristalli, per togliere la patina di ghiaccio sul parabrezza, ma nulla parve cambiare. Provò allora a pulirlo dall’interno, con la manica della giacca aggrappata alla mano, e scoprì che il velo ghiacciato era proprio davanti al suo naso. Com’era possibile, si chiese.

Se lo spiegò appena aprì la portiera e fece due passi intorno all’auto. Si percepiva subito che dentro l’abitacolo la temperatura era molto più bassa che all’esterno.

Augusto appoggiò le mani al cofano e osservò il muso dell’auto, senza trovarvi alcuna ammaccatura. Notò solo che dalla parte del passeggero mancava uno specchietto, ma era così confuso che non si ricordava nemmeno se ci fosse mai stato. Finalmente alzò lo sguardo, e si trovò di fronte alla facciata di una chiesa possente e minacciosa, che lo osservava come se lo volesse giudicare. “Santuario B.V. di Screncis”, era scritto in maiuscolo sulla facciata. In quel momento pensò che se fosse stato un po’ più religioso la sua coscienza sarebbe stata un contenitore pieno e pronto a esplodere. Per fortuna riteneva che santi e preti fossero come abiti sbrindellati per cani pelosi: inutili.

Tornò in auto, bloccò le portiere e accese il motore, per far funzionare il riscaldamento. Osservò il tachimetro e poi chiuse gli occhi, sprofondando nel sedile. I pensieri cominciarono a rincorrersi, facendo vibrare le palpebre.

Erano le tre del mattino, aveva guidato per duecento e cinquanta chilometri come un forsennato, tanto che il computer di bordo segnalava “average speed 90.9 km/h”. Era stato fortunato, perché i fanali erano a posto e nessuno poteva averlo visto.

Mentre era perso in questi ragionamenti udì un fruscio dal sedile a fianco, si voltò e lanciò un urlo, quando si trovò di fronte una ragazza, che lo stava fissando con occhi spalancati.

– Chi sei! – gridò più che chiedere – E come hai fatto a entrare? – proseguì, notando che la sicura della portiera era abbassata.

– Calmati –  gli rispose la giovane.

Dimostrava venticinque, forse vent’anni. Era pallida quanto un lenzuolo e con occhi azzurri e limpidi. I capelli ricadevano ai lati del volto chiari e lisci, e indossava un vestito bianco quanto la sua pelle, quasi trasparente, che si allungava fino ai piedi, anche se quelli, avrebbe poi giurato Augusto, gli parevano proprio rivolti all’indietro.

Più la guardava e più il sangue gli pareva ghiacciarsi nelle vene.

– So bene quel che ti accaduto – gli disse occhi negli occhi – E secondo me faresti bene a tornare indietro.

Augusto non fu in grado di replicare. La ragazza gli aveva parlato senza muovere le labbra, con la voce che nasceva direttamente nella sua testa, e lui era impietrito dal terrore.

In ogni caso, non ve ne sarebbe stato il tempo, perché quella eterea figura, prima che lui ricominciasse a respirare, si era tramutata in nebbia e stava già scomparendo.

Rimase di sasso, mentre il parabrezza si scongelava rapidamente e il sangue tornava a colorargli il viso. Appena si riebbe, accese l’autoradio, alzo il volume, e come un folle ripercorse altri duecentocinquanta chilometri, fino a quella stradina imboscata e piena di curve.

Si fermò e si affacciò a guard-rail. Il corpo era ancora lì, immobile come l’aveva lasciato ore prima. Nel buio sembrava un cumulo di terra. Si guardò intorno e non vide anima viva, e si accorse di non capire nemmeno dove si trovasse, di preciso.

Cavò il cellulare dalla tasca e compose prima un doppio 1 e poi un 2.

 

Solo dopo mesi trovò il coraggio di tornare a Bertiolo ed entrare in quel Santuario. Quando vide un quadro raffigura la Vergine non si non si meravigliò che avesse il volto che aveva visto quella sera.

Il pensiero tornò subito indietro, all’istante in cui aveva spento il cellulare senza schiacciare il tasto verde di chiamata. Aveva ancora negli occhi il luccichio dello specchietto che ammiccava tra le foglie secche. Lo aveva raccolto e gettato nel bagagliaio, poi era fuggito, stavolta con più calma, fino a tornare a casa, duecento e passa chilometri dopo.

Era proprio vero, pensò, che il confine tra il bene e il male è tenero.

E mentre la ragazza del quadro gli faceva l’occhiolino, iniziò a cantare, con gioia, unendosi a tutti gli altri fedeli, ancora convinti che quella fosse un’immagine della Madonna



NOTE:

La tradizione vuole che nel luogo ove ora si trova il Santuario della Beata Vergine di Screncis, nel Comune di Bertiolo, esistesse un infossamento del terreno dove un pastore, mentre sorvegliava il gregge, scorse mezza nascosta l’immagine della Madonna col Bambino: raccontò il fatto in paese e l’immagine venne portata nella chiesa parrocchiale, ma il giorno dopo fu trovata esattamente nel luogo in cui era stata scoperta; venne allora portata nella chiesetta della Santissima Trinità, ma anche in questo caso la cosa si ripeté. Allora in quella località venne innalzato un capitello e successivamente una piccola cappella.

Le “aganis” sono creature ammaliatrici presenti vicino ai corsi d’acqua, descritte sia come avvenenti giovani, sia come laide vecchie, vestite di bianco possono essere entità “buone” o “cattive”.

VERSIONE IN LINGUA FRIULANA

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categorie: racconti, chiesa, streghe, bertiolo, aganis
venerdì, 24 ottobre 2008

OOO (seconda parte)

Ecco qua la seconda parte. :)
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... ... ...

No. Non sono un drogato, non sono un veggente e non sono pazzo. Sono ipotesi che o preso in considerazione, io per primo, ma che ho già confutato. Sono un viaggiatore: ecco cosa sono! È questo il termine che meglio mi descrive.
E non crediate che mi riferisca a viaggi mentali e di fantasia. Quando uso la parola viaggio è nel suo senso più intimo: viaggiare inteso come vivere.
Perché tutto quel che arriva dopo ogni “OOO”, io non soltanto lo vedo, ma lo vivo.
Così ho tenuto la lenza dei gatti giganti del Mekong e ho respirato il carbone che brucia a Centralia. Ho calpestato con zampe di formica le aiuole del Mill Ends Park e ho pregato le mie stesse ossa, nella chiesa di Sedlec. Ho fissato la Pistol Star con l’occhio di Oudane e telefonato al mio inconscio da una cabina nel Mojave. Sono stato un tatzelwurm, una banshee, un saiyan, uno hsingnu. Sono stato tutto e ovunque. E tutto e ovunque posso essere e probabilmente sarò. Ne sono così sicuro da poter affermare che se qualcosa del mondo conosciuto esiste, è solo quando io, in qualche modo, riesco a trovarlo.
Eppure ho un cruccio. Un tarlo che non mi fa godere appieno di questo mio modo perfetto di viaggiare. È la sensazione di essere solo e unicamente uno strumento.
L’idea di essere un’arma infallibile, piuttosto che il cacciatore che la usa, mi tormenta a ogni giorno che passa. Più sono i miei viaggi, più è la conoscenza, e più spinge il desiderio di volerla dominare e scegliere. Un OOO via l’altro, ogni volta che quell’indice puntato mi spinge verso l’ennesima parte di mondo non richiesta, cresce la voglia di ribellarmi, di fuggire, di cambiare. È una condizione iniziata con un vago disagio, poi si è fatta desiderio, ora è necessità.
Ho bisogno di scegliere, di potermi sottrarre a questi ordini, a questo indice puntato che non è il mio.
Voglio gridare OOO sapendo di esserne io l’origine e poter scegliere la direzione.
E volete sapere una cosa? Poco fa ce l’ho fatta.
Non saprei nemmeno dire da quanto stavo tentando.
È stato un attimo, un pensiero casuale. È stata la scoperta di un trucco unita alla coscienza di poterlo usare. La mano mi stava indicando un argomento, un luogo, una persona… non ricordo. Ricordo soltanto di aver deciso di pensare ad altro e di esserci riuscito. In quell’istante ho pensato solo a una serie di lettere confuse, pzpiodfugyajs, oppure xzdgbcerhy, o qualcosa di simile, e mi sono ritrovato a casa.
Voi non potete immaginare la mia gioia nel riuscire a scegliere il viaggio. Sento già i vostri pensieri. Ma se prima o poi viaggerai ovunque, a che ti serve scegliere dove? Ma la libertà è qualcosa di unico. È il nutrimento primario. E poco importa se alla fine, poco fa, non ho fatto altro che tornare a casa. L’importante è che sono stato io a deciderlo. È stata la prima volta, ma com’è vero che mi chiamo Google, non sarà certo l’ultima.

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e per gli avventurosi la continuazione in lingua friulana . :)
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categorie: racconti
sabato, 18 ottobre 2008

OOO (prima parte)

Sto trascurando questo povero blogghe. Non tanto per motivi di ispirazione, quanto tecnici. Ecco perché, in attesa che ritorni la mia macchina fotografica e di fare l'esame in friulano lo aggiorno con un racconto che è un po' fuori dalla solita logica e che chi segue il mio blog ufficiale  forse ha già letto.
Stavolta il racconto è nato in lingua italiana, e poi l'ho tradotto.
Siccome è lungo vi lascio la prima parte. La seconda arriverà solo quando qualcuno lo chiederà :)

OOO (prima parte)
Avete presente il rumore che fa un’unghia grattando un tappetino mouse? Ecco, più o meno è così che mi sveglio, con questo suono nelle orecchie. Ogni volta.
Forse non riesco a rendere bene l’idea, perché non sono bravo a raccontare. Non lo sono mai stato, anche se lo faccio continuamente. È che non riesco a trovare di meglio che l’immagine di un risveglio, per descrivere l’ingresso nel mio mondo cosciente. Prima non c’è niente: né sonno, né sogni. Un clic, un fruscio, e poi un attimo di buio, mentre sento quel grattare leggero. E quest’attimo è sempre uguale.
È quello che viene dopo, che cambia ogni volta.
Non so il perché di quello che accade, non me lo sono mai chiesto, né ho mai avuto il tempo per farlo. So solo che quando mi sveglio, sono a casa mia, poi parto.
Lo so perché riconosco la finestra su cui appoggio il mio sguardo assente, quasi fosse un ombrello dimenticato. È sempre la stessa, non ho dubbi. Non che sia l’unica, intendiamoci, ma quella finestra è un punto fermo. Uno di quei tronchi sprofondati nel greto di un fiume, che anche la corrente più tenace è costretta ad aggirare. È qualcosa di rassicurante, per il pesce come per il pescatore. Parlo del tronco eh, non della finestra. Quel che è più rassicurante, piuttosto, è avere la certezza che il primo passo comincia sempre dal luogo che io chiamo casa. È così per tutti, credo, o almeno mi sono fatto quest’idea. E credetemi: per me, e per come io vivo il poi, è fondamentale avere questa certezza. Altrimenti impazzirei.
Per il resto, non riconosco altro. Come mi guardo in giro c’è qualcosa di diverso.
Il quadro che ieri era in alto vicino alla porta, arancione, oggi è verde, ed è appeso al contrario, nell’angolo opposto della stanza. Domani chissà, sarà blu e buttato sul pavimento. Altri quadri, invece, nascono come mosche sul muro, briciole nere e indistinguibili, che si fanno via via più grandi, come a volersi avvicinare. Non faccio in tempo a osservarli che mi superano, attraversandomi, oppure svaniscono, a volte con un plop, come se enormi bolle di sapone fossero esplose alle loro spalle. Che poi, porte e finestre sono tutte entità da percepire, più che luoghi della vista.
A ogni modo, non ritrovarle mai nel posto in cui le avevo lasciate è destabilizzante.
All’inizio pensavo di essere io la causa. Pensavo agisse un meccanismo perverso legato allo scorrere del tempo. Avete presente quando assaggiate la cedrata, dopo anni, o riguardate i cartoni animati del Principe Stellare Ciobin o di Bem, il mostro umano? Per quanto vogliate provare le stesse sensazioni, finisce sempre che una parte di voi, più o meno inconsciamente, se li ricordava diversi. Certo, niente di strano. Il tempo è il principale ingrediente di tutto; il viaggio primario, essenziale, quello che ognuno di noi fa, istante dopo istante. Il fatto è che io, questo genere di sensazioni, le provo a ogni risveglio! Per farvi capire meglio, è come se qualcuno vi spostasse ogni notte i soprammobili. E non solo quelli, ma anche l’arredamento, o addirittura le porte e le finestre, per di più, aggiungendone o togliendone a seconda del proprio ghiribizzo. Certo, ci si abitua a tutto, ma potete ben immaginare come il concetto di casa sia piuttosto relativo, se vivete in questo modo.
Comunque, vi dicevo, non è del risveglio che volevo parlare, ma di tutto quel che mi succede dopo. Perché dopo, io, viaggio.
Non ho altre parole per definirlo, il mio attraversare il mondo. Sempre che di mondo si tratti. Comincio sempre da una finestra, o da un quadro. Prima sento come una voce, che non è una voce, ma è come una spinta, una freccia che mi fa guardare in una certa direzione, e lì, dove prima c’era una parete, ecco comparire un panorama, un’immagine, un oggetto, una scritta. E qualunque cosa appaia, magari sghemba e confusa, da non capirla nemmeno, ecco che vengo risucchiato.
È come se un indice m’indicasse la via e al quale io non so disubbidire. Ci ho pensato mille volte, a come infrangere questi comandi, ma non ci sono mai riuscito. Sono capace solo di aprire la bocca in un O che è insieme stupore e curiosità, timore e trasporto. E quel grido, che accompagna il viaggio, è sia segno che fonema, un “OOO” prolungato che attraversa il tempo e lo spazio.
Io viaggio attraverso quell’OOO.
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categorie: racconti
lunedì, 28 luglio 2008

LA PALUDE DEI GAMBERI

2008 04 24 laguna lignano

– Avete acqua da dichiarare? – chiese Ennio, nascondendo gli occhi sotto la fiamma del berretto.

– Niente, purtroppo. Non c’è rimasto nemmeno un pozzo…

Il piccolo Alfredo, seduto dietro un intricato cespuglio, ascoltava la voce di sua madre, anche se non riusciva a vederla. Sapeva che stava raccontando una bugia, perché in Braida di Sotto c’era ancora un pozzo artesiano, celato dai rovi, che sputava a fatica dell’acqua potabile. Ma sapeva anche che l’acqua veniva razionata e tutti i pozzi venivano confiscati dal Governo.

Da quando era accaduto l’incidente, alle Foci del Tagliamento, i pochi che avevano deciso di rimanere a vivere in Friuli lottavano con gli stenti un giorno sì e l’altro pure.

– Va bene – le aveva risposto Ennio, quasi con una certa impazienza – Allora è tutto a posto. Stia bene e mi saluti il piccolo. E mi raccomando di tenerlo d’occhio. Non sono tempi per gironzolare per la campagna, come si faceva una volta.

– Ma perché… credi ci sia ancora pericolo? – gli chiese Virginia, aggrottando le sopracciglia.

– Ma… Che vuoi che ti dica. Gli americani dicono di no, ma dicevano così anche prima dell’incidente. È meglio non fidarsi più e tener duro. Verranno tempi migliori.

– Già… altro non possiamo fare. Comunque grazie. E saluta a casa anche tu. Se vi serve qualcosa… sai dove trovarci.

Alfredo sapeva che Ennio era a conoscenza del loro piccolo segreto. Ma sapeva anche che prima di essere un carabiniere era un paesano, e non era la prima volta che capitava a casa loro di notte, per portarsi via una tanica d’acqua o una borsa di bieta.

Non appena sentì la porta di casa chiudersi, schizzò fuori dal suo nascondiglio e si fiondò sulla bici, cominciando a pedalare come un pazzo per arrivare a Palazzolo al più presto. Doveva fare tutto di nascosto perché la Palude dei Gamberi, come la chiamava lui, era ancora zona vietata, anche se i militari si erano ormai stufati di tenerla sotto controllo.

Una volta giunto sull’argine di quello che un tempo si chiamava fiume Stella, leggermente a monte di dove prima c’era il paese, Alfredo si fermò e nascose la bicicletta, assicurandosi che non vi fosse nessuno nei paraggi.

Lo spettacolo che aveva innanzi toglieva il fiato.

Tutti i campi erano stati inondati da un’acqua grigia e lucente, dai riflessi verdastri. Un puzzo di uovo marcio appestava l’aria, riempiendo la gola e i polmoni. Questa però non era la prima volta che veniva lì, e si era attrezzato: aveva portato una molletta da bucato!

Avvicinatosi alla riva, sgusciando sotto il filo spinato, si era subito tolto i vestiti e cominciato a scrutare l’acqua, per individuare l’isoletta biancastra più agevole da raggiungere.

Da quando era avvenuta l’esplosione, e quasi l’intera bassa friulana era finita sott’acqua, da Lignano a Grado, era vietato avvicinarsi a quell’acqua putrescente; e a dire il vero, soprattutto dopo che erano venuti a galla i cadaveri dei gamberi e delle bisce, non ci voleva un grande sforzo per far rispettare il divieto.

Nessuno, infatti, era riuscito a spiegare come mai quegli innocui animaletti, non solo erano morti, ma i loro corpi erano cresciuti a dismisura, assomigliando ai mostri preistorici che si vedono alla tv. E tutto ciò dopo che erano morti.

Alfredo le bisce non le aveva mai viste, ma gli avevano raccontato che erano grandi come un Eurostar. Lui non aveva capito cosa fosse un Eurostar, di preciso, ma da quando aveva scoperto i gamberi, lì a Palazzolo, gli ci era voluto poco per far galoppare la fantasia.

E non era l’unica cosa che aveva scoperto.

Scelse un’isoletta e si calò in acqua, facendo attenzione a non ingoiare quell’acqua densa e color uovo d’anatra. Una volta vicino al gambero, o meglio, a quella parte che spuntava dal pelo dell’acqua, si era issato con le braccia, puntando i piedi in quella carne scivolosa.

Si sentiva come un Re padrone del proprio regno, anche se doveva fare in fretta.

Si distese, slegando il coltellino che si era fissato al polso. Lo piantò nella carne della bestia e girandolo ne cavò un grosso pezzo, grande quanto una grossa mela.

Poi appoggiò il coltello, e afferrando il pezzo con due mani, cominciò a mangiare, prima che qualcuno lo vedesse.

 

 

VERSIONE IN LINGUA FRIULANA

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categorie: mare, racconti, fantascienza, lignano, palazzolo dello stella
martedì, 17 giugno 2008

L’ORCO DI ARIIS

Casa disabitata - Ariis - gennaio 2008Ogni paese ha la sua Casa degli Spiriti.
Spesso è un cascinale o una villa abbandonata, con i vetri fracassati che si mescolano ai calcinacci, su pavimenti che conoscono meglio la polvere, che la luce. Quasi sempre i muri sono pieni di scritte e oscenità, e la siepe che era, adesso è una specie di boscaglia, dove le biscie faticano a schivare i rovi.
Ariis, benchè patria di qualche misero centinaio d’anime, non sfuggiva a questo clichè, e sulle rive fangose dello Stella ostentava la sua casa dei misteri.
Per di più, durante i giorni che precedevano il Natale, i bambini della dottrina profanavano timorosi quel giardino incantato, per sistemare le grosse sagome di cartone del presepe.
Cristian aveva finalmente raggiunto l’età giusta, e non vedeva l’ora di mettere piede in quell’enigmatico luogo. Non appena gli altri della parrocchia cominciarono a sistemare le sagome di pecore e pastori, si era allontanato, infilandosi in una finestra e cominciando a gironzolare per le stanze.
Suo nonno gli raccontava sempre, nelle fiabe della buonanotte, che lì viveva un Orco, celato dal buio, che la notte si nutriva di trote e anguille, fin da prima della guerra.
Cristian, piccolo ma inondato di fantasia, continuò ad andare di stanza in stanza, scorgendo in ogni frullare d’ombre e in ogni fruscio un segno della presenza dell’Orco, o di chissà quale entusiasmante creatura che a malapena era in grado di immaginare. Solo dopo aver salito le scale, giungendo dietro un muro sporco di muffa e fuliggine, si era fermato di botto, immobile come un chiodo su una parete. Non serviva che proseguisse, perché aveva appena scoperto che l’Orco non era una favola per bambini, ma era quanto di più vero e concreto poteva essere. Non avrebbe saputo come spiegarlo, ma non aveva bisogno di entrare in quell’ultima stanza per sapere che proprio lì dimorava l’Orco, che con il tremolio delle ombre e il fruscio dei calcinacci, gli stava già parlando.
E lui, invece di fuggire, come avrebbe fatto qualunque altro bambino della sua età, era rimasto fermo a chiacchierare a sua volta, usando il silenzio dei suoi pensieri, fino a che non era stato richiamato perché il presepe era finito.
Era dispiaciuto dal doversene andare così, troppo in fretta, ma l’altro lo rassicurò, spiegandogli dove avrebbe trovato una porta della villa chiusa solo all’apparenza, ma dalla quale sarebbe potuto entrare ogni volta che lo voleva.

Così Cristian aveva fatto. Da quel giorno, infilandosi in una porta scardinata, giungeva a ridosso del muro che separava dall’ultima stanza e passava le ore a parlare con l’Orco. Così aveva scoperto che era un Orco d’acqua, uno dei rarissimi esempleari ancora vivi, e nascosti nella boscaglia della Bassa o, come lui, nelle case abbandonate.
E mentre uno parlava di sé, l’altro lo ripagava con la stessa moneta, raccontandogli delle giornate a scuola o delle partite di pallone con gli amici, o della sua collezione di sorpresine kinder.
Cantavano già i grilli che i due continuavano ancora in quell’amicizia, in cui quel muro insudiciato pereva una specchio incapace di rovesciare le immagini.

– E tu che ci facevi lì dentro – gli aveva detto uno di quei ragazzi più grandi, vedendolo schizzare fuori da quel giardino.
– Ero andato a parlare con l’Orco – gli aveva risposto Cristian, ma la lingua non aveva fatto in tempo a fermarsi che già si era accorto dell’errore. I bambini sono cattivi, e lo diventano ancora di più quando credono che qualcuno sia più debole.
Botte, sputi, pizzicotti, sberle e soprattutto insulti, che facevano anche più male, segnarono da quel giorno il rapporto di Cristian con gli altri ragazzi. Uno soprattutto, un certo Riccio, per via di come si conciava i capelli con il gel, era un ripetente che obbligava i più piccoli a compiere porcherie di ogni genere.
Qualcuno era stato obbligato a ingoiare delle feci, altri i vermi ancora sporchi di letame. Per questo quando si avvicinò a Cristian, con un grosso bastone in mano, e cominciò a minacciarlo di togliergli le mutande e farlo diventare prete, lui non ci pensò due volte e corse via, a perdifiato, dal campo sportivo verso il paese. Il Riccio, però, non aveva alcuna intenzione di desistere e l’avrebbe subito raggiunto se Cristian non si fosse infilato nel giardino della villa stregata, non potendo fare altro che salire le scale a due a due, gridando e piangendo di paura, prima di irrompere nella stanza dell’Orco, con l’altro sempre appresso.

Da quel momento in poi Cristian non si ricorda molto. Sa di averlo visto, l’Orco, o forse di aver visto solo la sua ombra, stagliarsi sulla parete. Non aveva avuto il tempo di rallentare, perché aveva scoperto che quella stanza non era l’ultima, ma terminava con altre scale, che scendevano di nuovo in giardino e da lì giravano attorno all’edificio.

Il Riccio, anche se ormai più nessuno lo chiama così, lo trovarono il mattino successivo, steso su quelle scale. Si era rotto la spina dorsale, pare nella caduta, ma nessuno era riuscito a chiederglielo, perché da quel giorno non aveva più pronunciato una parola, e anche se pareva udire ciò che gli si diceva, non pareva intenderlo.

Cristian non disse nulla a nessuno, e nessuno gli chiese qualcosa. Il successivo Natale, di nuovo ad allestire il presepe, entrò nella casa, ma l’Orco non c’era più.

VERSIONE IN FRIULANO
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categorie: racconti, , orchi, rovine, ariis
sabato, 17 maggio 2008

SEI DI SEI

Bosco Romagno - aprile 2008Era passata da poco la mezzanotte quando un tramestio di piccoli passi attraversò il buio. Una specie d’animaletto correva velocissimo e senza guardarsi indietro, sfiorando appena l’asfalto. A vederla attraversare la strada, illuminata dai fari di un’automobile, la si sarebbe potuta scambiare per una grossa donnola.
La bestiola, giunta all’entrata del Bosco Romagno, equamente spartito tra i comuni di Prepotto, Cividale e Corno di Rosazzo, si diresse senza indugio verso destra, schizzando sopra le panchine e i ruscelli fino a fermarsi in mezzo a una radura, dove sei alberi secolari formavano una sorta di cerchio.
Solo nel momento in cui si arrestò assunse le sue vere sembianze. Era uno sbilf, uno dei più vecchi di tutto il Friuli e cominciò subito a bussare, con i suoi piccoli artigli, a ognuno di quegli enormi alberi. Bussava per tre volte, girando come la lancetta di un orologio impazzito.
Completato per sei volte il giro, il buio notturno, già rischiarato dalla luna, si attenuò ulteriormente, per un riverbero che promanava da ogni tronco.
Fu sul più sottile di essi che cominciò il prodigio. In mezzo all’edera che lo ricopriva, metri e metri sopra le radici, cominciò a spuntare un ligneo gonfiore, che ben presto assunse la forma di un volto, scuro e pieno di rughe. Di lì a poco, come una vena che vuol fuggire dalla sua corteccia, prese forma un corpo intero. Era un corpo femminile, magrissimo e alto diversi metri, che una volta tramutatosi in carne e ossa, prese a spazzolarsi con le mani il lungo vestito nero.
– Delle Sei io sono la Lungje! – aveva esclamato con voce gracchiante, lasciando subito trapelare un numero di anni che superava abbondantemente le due cifre.
L’eco di quelle parole non fece in tempo a sciogliersi che dal tronco di fronte la scena si ripetè, con l’unica differenza che a comparire, fuoriuscendo dal legno, fu una vecchietta alta quanto un bambino di due anni.
– Delle Sei, io sono la Curte! – aveva gridato con una voce acutissima, roteando le piccole braccia.
– Delle Sei, io sono la Gruesse!
– E delle Sei, io sono la Stuarte!
Le altre voci erano giunte quasi all’unisono da due figure, anch’esse vestite di nero, spuntate da altri due alberi. Una era sghemba in tutto: un braccio corto e uno lungo, un occhio su e uno giù, un orecchio minuscolo e l’altro enorme. Persino i denti erano alternati per forma e colore. L’altra invece, pareva una donna incinta di una donna incinta. Era un coacervo così stretto di pieghe e grassezze che si faticava a capire dove cominciasse il collo e dove i piedi.
Lo sbilf, tiratosi in disparte, si godeva lo spettacolo della trasmutazione, meravigliandosi per l’ennesima volta, nonostante lo vedesse a ogni plenilunio. Inoltre mancavano ancora le ultime due streghe, che non solo erano le più vecchie, ma anche le più giocose e potenti.
Ed ecco infatti, che per non deludere il loro fidato spettatore, lasciarono trascorrere qualche secondo prima di passare dal legno alla carne. La prima fu la Gobe, che sbucò dal proprio tronco rotolando e rimbalzando come un pallone, gridando il suo nome prima ancora d’arrestarsi. L’ultima, com’era sua abitudine, utilizzò una coreografia a dir poco fantasiosa. Comparve prima come una singola foglia, e cominciò a rincorrere e attaccarsi a tutte le altre, in un turbinio infernale, che di lì a poco si raccolse nell’immagine di una vecchietta tenera e gentile. Pareva avere ben poco da spartire con le altre.
– Delle Sei, io sono la Ledrose – tuonò con una voce di un timbro insospettabile, tanto da far precipitare due civette che stavano svolazzando nei paraggi.
– Come sempre la più spocchiosa, eh? – disse la Gobe, piegando il collo verso l’alto.
– Certo! Sono o non sono la più anziana?
– E la più vanitosa! – aggiunse la Curte, con un vocina leggerissima.
– Avete sentito qualcosa? – ribattè lei ironica – C’è forse un gattino che piange, nelle vicinanze?
Scoppiarono tutte a ridere, ciarlando e scatarrando. Parevano un capannello di ragazzine al ritorno dalla messa, ed era una situazione che avevano vissuto per davvero, decenni addietro.
Continuarono così per un po’, stuzzicandosi a vicenda sui reciproci difetti, mentre lo sbilf ghignava come un ossesso. Poi smisero di colpo, perché era venuto il momento di rinnovare l’incantesimo che legava le loro vite a quella del legno.
Così, fino al bussare dell’aurora, le streghe del Collio ballarono e cantarono, facendo sfoggio dei loro poteri.
La Curte si arrampicò sul ramo più alto e cominciò a volare da un albero all’altro, diventando di volta in volta un volatile diverso: ora un barbagianni, ora un falco; ora una stormo di passeri, ora uno di cornacchie. La Lungje, invece, colorandosi di verde e giallo, cominciò a strisciare sull’erba, tramutandosi in una serpe gigantesca, di cui l’uomo aveva ormai perso la memoria.
La Gruesse e la Stuarte cominciarono a giocare a palla, lanciandosi una lepre da un lato all’altro della radura. Poi ne aggiunsero un’altra, poi un fagiano. In breve sopra quel prato, in un frullare di piume e pelo, volteggiavano rospi e scoiattoli, vipere e lucertole, talpe e toporagni. A un certo punto, con gli occhi spalancati per la sorpresa, persino volpi e cinghiali.
La Gobe e la Ledrose, in mezzo a questo caos, rimanevano sedute, sospese a mezz’aria, recitando antiche litanie che a un friulano d’altri tempi, mescolavano parole tedesche e slave. A sorreggerle, una nube scura di ragni e formiche, che in un brusio assordante, si muovevano attorno e dentro i loro vestiti.
E furono proprio loro due, prima che il buio fuggisse del tutto, a ritirarsi per prime dentro il loro albero, seguite subito dalle altre, lasciando il bosco nella quiete, come una pozzanghera dopo che ha conosciuto un sasso.

VERSIONE FRIULANA
postato da: gelostellato alle ore 15:15 | link | commenti (14) | commenti (14)
categorie: racconti, alberi, streghe, cividale del friuli, sbilfs, prepotto, corno di rosazzo
lunedì, 12 maggio 2008

Racconti per blogger

VUOI ESSERE UNO DEGLI AUTORI DELLA PROSSIMA ANTOLOGIA LAS VEGAS?

Partecipa al nostro gioco, bello bello in modo assurdo.

Las Vegas edizioni (www.lasvegasedizioni.com) ti mette a disposizione il suo scintillante casinò letterario e un gioco completamente gratuito per mostrare il tuo talento.
Il premio? Potrai essere uno degli autori della prossima antologia di Las Vegas!

REQUISITI: possedere un sito o un blog. (Non hai un blog? Quale migliore occasione per aprirne uno!)

ISTRUZIONI: per partecipare alla prima selezione devi:
1) pubblicare questo post (esattamente così com’è) nel tuo
sito o blog. L’originale del post che devi ricopiare è qui [http://lasvegasedizioni.splinder.com/post/16142956/%21%21%21%21%21];
2)
mandare a gioco(at)lasvegasedizioni.com l’indirizzo (l’url, quella cosa che comincia con “http://”) del post di cui sopra, più quello di un altro post – uno solo: quello che più rappresenta il tuo stile e la tua volontà di scrivere – che vuoi sia letto e valutato dall’arcigno croupier. Non inviare nessun altro tipo di materiale. Sul blog di Las Vegas edizioni, www.lasvegasedizioni.splinder.com, saranno indicati, via via, tutti i partecipanti;
3) aspettare nuove istruzioni.

TEMPI: la prima selezione terminerà quando avremo raggiunto materiale a sufficienza (la scadenza verrà annunciata con qualche giorno di preavviso sul blog di Las Vegas). Se avrai giocato le carte giuste, sarai contattato per partecipare alla seconda fase.

PREMI:
il premio finale, al termine delle varie selezioni, è la pubblicazione nella prossima geniale antologia targata Las Vegas.

Signore e signori, fate il vostro gioco!

postato da: gelostellato alle ore 18:37 | link | commenti | commenti
categorie: concorsi

Chi sono

Utente: gelostellato
Nome: gelostellato

Questi racconti brevi si dovrebbero leggere in 100 secondi o poco più.
Nascono tutti da una foto e spesso hanno una corrispondente versione in lingua friulana.
Le foto sono mie e sono descritte nella sezione multimedia; potete utilizzarle come vi pare e piace.
Non c'è regolarità nella pubblicazione: sono storie scritte di getto e sono imperfette, ma spero siano comunque godibili.
Commenti, consigli, insulti e saluti sono sempre graditi.
Buona lettura
R.


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