– Di là! – aveva sentito gridare alle sue spalle, da quei due individui pieni di piercing e svastiche.
La prima volta che li vide, Silvia rimase incantata, come una mosca che vede per la prima volta il mare. I riflessi del sole correvano da un germoglio all’altro, creando giochi di luce tra le minuscole stalattiti di ghiaccio, che scendevano dai rami.
Forse, ripensò molto tempo dopo, già quella volta aveva udito una specie di lamento, intrecciato al ritmico cic cic cic spruzzato dall’irrigazione. Era però troppo sbalordita per prestarvi attenzione ed era corsa a casa, da suo padre, a chiedere il perché di quella meraviglia.
– È per la gelata – gli rispose quello, con un sorriso bonario sepolto dai baffi – altrimenti tutti i germogli muoiono e il prossimo anno le pesche le vai a chiedere alla Strega Pampaluna!
Diceva sempre così, quando la voleva prendere in giro.
In ogni caso Silvia ne aveva capito abbastanza da potersi fiondare su google, anche perché, come aveva intuito da qualche anno, la Strega Pampaluna non esisteva. Pampaluna non era nient’altro che un paese della Bassa! Era così che aveva scoperto come si possono preservare i germogli degli alberi da frutto dal gelo, innaffiandoli durante le ore di freddo più intenso.
L’anno successivo il freddo si era fatto sentire di nuovo, ad aprile. Silvia si era subito organizzata: sveglia all’alba, digitale in tasca, e via verso i filari di peschi, alla periferia del paese.
Era così rapita da quelle ragnatele di ghiaccio, tese da foglia a foglia, che quasi non udì una voce che si lamentava, provenire dall’interno del pescheto.
Scostò nervosamente una ciocca di capelli scuri dalla fronte. Chi o cosa poteva essere? E perché guaiva in quel modo? Sbirciò in mezzo ai riverberi e al gocciolio, ma non vide nulla. Quel terreno si allungava per quasi mezzo chilometro.
Potrebbe essere qualcuno che si è fatto male? pensò, e senza attendere oltre si incamminò in direzione dei lamenti. Quando giunse alla fine del pescheto stentò a credere ai propri occhi: sotto la gelida pioggia artificiale, rannicchiata contro un tronco, c’era una bambina che le rivolgeva la schiena, nuda e bianca come uno cencio. Era scossa da capo a piedi da un tremito fortissimo.
L’indomani Silvia era di nuovo lì e appena scesa dalla bici aveva già sentino quel piagnucolio. Che altro poteva fare, se non tornare a vedere? Il giorno prima era rincasata fradicia e inzaccherata fino alle ginocchia e a casa aveva mentito, dicendo d’essere caduta.
Che altro poteva dire? Che aveva visto un bambina nuda e piangente in mezzo al pescheto? Che però era scomparsa appena le si era avvicinata? L’avrebbero presa per matta!
Meglio comportarsi come una buona friulana: tenersi tutto dentro e andare avanti.
Certo, questo non voleva dire far finta di niente. Per questo era tornata, anche se stavolta, armata di ombrello e anfibi. Trovò la bambina nella stessa posizione che piagnucolava allo stesso modo. Si avvicinò e questa volta non si dissolse, così la toccò con la punta dello scarpone.
– Ehi… bambina… stai bene? – le aveva chiesto con un timore sferzato dalla curiosità.
Nulla. La poveretta continuava a singhiozzare, con la faccia dentro le mani.
Silvia, lacrime o non lacrime, non digeriva che qualcuno non le rispondesse, così abbandonò ogni indugio, appoggiò l’ombrello a terra e si chinò. Non appena toccò la piccola fu colta da una violentissima scossa e la vista le si annebbiò, lasciandola nella semi incoscienza.
Si riprese accorgendosi di essere nuda e battendo i denti per il freddo.
Appena ritornò in sé scorse una bambina che la osservava, rinchiusa da una prigione di ghiaccio. Vestiva un grembiule di quelli che si portavano alla scuola elementare, tanti anni prima. Solo quando strizzò gli occhi per metterla a fuoco la riconobbe. Era la figlia di Alfredo, quello che abitava poco distante. Se la ricordava ancora bene. Era scomparsa parecchi anni prima e nessuno l’aveva mai più trovata. Se n’era occupato persino “Chi l’ha visto”!
In quello la bimba, che la stava osservando senza aprir bocca, si girò e corse via.
Nel pescheto rimase solo un ombrello, poggiato a terra, ancora aperto.
Bruna non gli rispose. Era l’ora delle telenovele e da quando l’artrosi le rosicchiava le ginocchia passava tutti i pomeriggi sulla poltrona, immobile, non sempre con la televisione accesa.
Avevano quasi settant’anni, novecento euro di pensione e un figlio che da quando aveva perso il lavoro divideva i giorni in birra e sigarette. Ingenuamente l’avevano chiamato Angelo.
Appena fuori cercò di sistemarsi il cappello sulla pelata, ma l’impetuoso tremito alle mani glielo impedì, riportandolo al pensiero che lo tormentava.
Li avrebbe uccisi entrambi quella sera; poi avrebbe trovato il coraggio per seguirli.
Attraversò piazza Matteotti. Era una ragnatela di voci. Le panche di legno tarlate avevano ceduto il posto a sedie di plastica appiccicosa; lo spritz era passato dal suo bicchiere a quello di giovanotti che parlavano di esami e fantacalcio. Udine si faceva bella, sbattendogli in faccia la sua vecchiaia e la sua povertà.
Tutti passeggiavano con una borsa in mano, un telefono in tasca, un sorriso sulla faccia. Lui, invece, non avrebbe mai visto nemmeno uno di quei grandi centri commerciali, con quelle offerte convenienti, che coloravano l’ultima pagina del Messaggero.
Passò davanti alla vecchia osteria senza fermarsi. Non lo faceva da settimane, perché non se lo poteva più permettere: un caffè costava più di un euro.
Un tempo aveva una casa, un’auto, delle ragioni per guardare le vetrine. Poi aveva rinunciato a tutto, anche al riscaldamento, e adesso bagnava il sapone e lo metteva a seccare, perché durasse di più.
Eppure aveva sempre lavorato. Operaio edile, di quelli bravi, che tirano su un muro in mezza giornata. Di quelli che il capocantiere chiamava per un consiglio. E non aveva mai chiesto niente a nessuno, lui. Nemmeno quando a Bruna serviva la dentiera, o Angelo aveva sfasciato l’auto.
Ma quel giorno era appena il venti del mese e nel cassetto dei calzini erano rimasti solo dieci euro. Li aveva presi prima di uscire, e aveva preso la sua decisione.
Si guardò ancora le mani. Il tremito pareva aumentare di giorno in giorno, anche se il vigore delle braccia non l’aveva mai abbandonato.
Pensò alla confezione di sedativi che aveva lasciato nella credenza. Un campione omaggio del suo medico, che non aveva mai aperto. Quella sera, per cena, c’era il minestrone, ed era sempre lui che portava i piatti in tavola. Bruna s’incantava davanti ai quiz, e Angelo rientrava solo per guardare Striscia la notizia. Li avrebbe strangolati nel sonno.
Alle sette s’incamminò verso casa. Usò gli ultimi dieci euro per comprare dei Gratta e Vinci, con lo sguardo di chi si getta da un aereo con un ombrello aperto. Non vinse.
Quando aprì la porta sentì l’inequivocabile odore della cena. I piatti fumanti erano già in tavola.
– Ciao papà – disse Angelo, sbucando dalla porta della cucina.
– Ce sucedie? Ce mût mai tu âs fat di cene? – disse Beppino, stupito.
– Così... Ho pensato che posso dare una mano a casa, finché non trovo lavoro.
– Ah…grassie – borbottò sedendosi, con malcelato disappunto.
– Figurati! – continuò Angelo con una voce querula. – Devo darmi da fare! Non possiamo certo andare avanti in tre con le vostre pensioni.
Beppino portò alla bocca il primo cucchiaio, mentre Angelo lo guardava di sottecchi. Bruna, di schiena, continuava a fissare la tv. Il minestrone aveva un sapore strano, quasi amaro.
Appoggiò il cucchiaio e si alzò, dicendo che andava a lavarsi le mani. Mentre il rubinetto scorreva, guardò nella credenza: i sonniferi non c’erano più.
Tornò nella sala da pranzo, Angelo teneva gli occhi bassi. Li sollevò solo quando lo vide assaggiare il minestrone di sua madre. Sapeva che il sapore era diverso.
Si guardarono negli occhi, poi Beppino sostituì il suo piatto con quello di Bruna e si sedette.
– Vieni mamma, che si fredda.
Bruna li raggiunse, e nel silenzio rotto dai cucchiai, cominciarono a mangiare.
Mi è sempre piaciuto passare un po' di tempo in solitudine. Raccogliere le mani con le tasche e bighellonare senza meta, privandomi del contatto con le cose di ogni giorno. Se fossimo in zona Sol Levante la potreste chiamare meditazione, ma qui siamo in oriente sì, ma dell'Italia, e il nirvana si raggiunge con qualche “taglio” e una manciata di bestemmie, piuttosto che con l'Om.
Eppure, anche con l'idea che non dovrei sprecare così il tempo, quando le giornate sono stressanti, riempite di gente riempita di problemi, continuo a farlo. Mi rilassa. Spesso, anche a ore improbabili, faccio un giro per la campagna, magari costeggiando l'argine di qualche torrente di sorgiva, gli stessi che da piccolo, erano mare per le mie nuotate.
Ieri, tanto per raccontarvene una, stavo costeggiando il Torsa, seguendo uno di quei sentieri ciclabili, che da un po’ di anni a questa parte sono diventati i migliori amici delle amministrazioni comunali. Il sentiero comincia vicino al cimitero e prosegue fino all’altro lato del paese, o viceversa, dipende da dove partite. Fatto sta che la notte, vuoi per i rami che paiono formare una galleria, vuoi per le voci della primavera che bisbigliano, è parecchio suggestivo, tanto da spaventare.
Infatti ieri, quando ho raggiunto le panchine di legno che il gruppo degli alpini ha allestito in mezzo alla boscaglia, per poco non mi prendeva un colpo quando ho scorto il profilo di un giovanotto, sorgere dal buio.
Se ne stava seduto come un bonzo, fumando con lo sguardo perso sull’acqua e sui giochi delle correnti. Ok, mi son detto, è sabato sera, ma sono anche le due di notte! Va bene per sorprendere due fidanzatini a districarsi tra cambio e cruscotto, ma incortrare un tizio, coi capelli grossi come serpi, tutto solo, immobile più di un sasso, non è certo cosa di ogni giorno!
Che stia poco bene? Magari aveva bisogno d’aiuto. Per questo mi sono avvicinato senza far rumore, non volevo spaventarlo. Macchè! Quello nemmeno se arrivavo a capriole si accorgeva di me! Mi sono seduto al suo fianco e non se n’è nemmeno accorto! Che fosse sordo?
L’ho capito solo dopo, che aveva sprofondato le orecchie in uno di quei moderni aggeggi che vanno tanto di moda tra i giovani d’oggi. Laipod, mi pare si chiamino.
Forse è per quello che ha reagito così. Appena gli ho appoggiato la mano sulla schiena ha gridato e si è voltato di scatto. Ha spalancato gli occhi che parevano due palline da ping pong, si è alzato ed è corso via come un pazzo, dimenticandosi persino quell’arnese che fa musica.
Ah… mi son detto, quanti problemi hanno i giovani d’oggi… Proprio non riesco a capirli. Così ho raccolto il laipod e me ne sono andato per la mia strada.
***
– Merda merda merda! Sporcatrottola se non l’ho visto! Non era mica ubriaco, sporcocane!
– Mavvaiacagare, coglione! Ma smettila con quei cannoli!
– Ma sporcamerda! Dovete credermi! Non fate gli stronzi! Sennò che amici di merda siete! Lo giuro sul berretto di Bob Marley! Quello era un fantasma, cazzo!
– Piero! L’unico fantasma qui, è il tuo cervello! Su dai, ti accompagnamo noi, che domani mattina non ne trovi certo due.
– Vabbè dai, ok, forse avete un po’ ragione. Chissà che cosa ho visto…
Così, alle tre del mattino, facendosi luce con i cellulari, erano tutti a testa bassa, a cercare l’i-pod di Piero in mezzo ai rovi e alle erbacce. Non potevano accorgersi che un bagliore li stavo osservando, dal folto del bosco, vicino a un paio di cuffie sospese a mezz’aria.
– Su, su signore, mi racconti. Sa… abbiamo molto lavoro qui al comando.
– Eh… non so proprio da che parte iniziare, signor Caporale… – esordì il vecchietto, strascicando le parole, figlie di una voce ruvida e catarrosa.
– Beh, innanzitutto non sono caporale, – lo corresse il giovane carabiniere, con educazione – e poi, che ne dice di comiciare a raccontare quel che è successo dall’inizio?
Il nonnino allora, restando rintanato nel cappotto, si sistemò sulla sedia e appoggiò il cappello sulle ginocchia.
– Lei ha presente quella specie di piccolo altare votivo fra Basaldella e Carpeneto?
– Mmm… sì… abbastanza… – cincischiò l’altro, mentendo.
– Ecco! Io faccio quella strada lì, quando c’è nebbia, come oggi. L’ho fatta anche un’ora fa. Sa, meglio non rischiare con la mia vecchia Cinquecento.
– Eh sì, ha proprio ragione… ma su, mi dica? Cosa le è successo? Ha visto qualche straniero con l’aria da poco di buono?
– Ecco Brigadiere… straniero non so… ma per quel che mi ha combinato, quello là, è proprio un mascalzone!
– Eh, mi spiace, ma non sono neanche brigadiere. Comunque avanti avanti… mi racconti. – lo invitò, cominciando a prendere sul serio la questione.
– Allora, – cominciò il vecchietto, scatarrando prima nel fazzoletto e ficcandoselo in una manica – mi ero fermato davanti a questo altare, per dire un’Ave Maria, e ho sentito una voce chiamarmi dal buio.
Il carabiniere lo ascoltava solo con mezzo orecchio, scartabellando verbali e multe. Il vecchietto gli riusciva simpatico, ma non poteva certo perderci il pomeriggio.
– Insomma… – continuò quello – Mi sono visto sbucare da una crepa del muro un omuncolo! Piccolo, sporco, brutto, con la faccia piena di rughe e bozzi e le orecchie più appuntite di una lepre!
“Salve!” Mi ha detto euforico. E io che avrei dovuto fare, signor Maresciallo? Ovviamente ho ricambiato il saluto!
– E poi? – gli chiese il carabiniere, ormai convinto di avere a che fare con un folle, e senza specificare che non era nemmeno un maresciallo.
– E poi gli ho chiesto chi era, no. Che domande! E sa cosa mi ha risposto? “Uno sbilf!” Al che giustamente gli ho fatto presente che il suo posto è in Carnia, a far dispetti ai cjargnelli! E lui sa cosa mi ha detto, signor Colonnello?
– Cosa? – fece il carabiniere, scuotendo il capo, a quell’ennesimo impertinente grado militare.
– Mi ha detto: “Tanto per cominciare faccio sparire l’auto a te! E per i compaesani ci penserò.” E come mi sono voltato per controllare, la mia Cinquecento bianca era già scomparsa!
– Aha! – esclamò il carabiniere, mostrando finalmente un po’ d’interesse – Ma allora come ha fatto ad arrivare fin qui? Si è fatto accompagnare?
– Certo che no! Sono venuto con la mia Cinquecento.– gli rispose il vecchietto, meravigliato.
– Ma non l’aveva rubata lo sbilf?
– Nooo, non rubata! Fatta sparire! È diverso eh.
– Un’automobile invisibile allora?
– Beh… magari non so se del tutto invisibile. Perché io la vedo eh, sennò come farei a salirci!?
– Ah… Capisco… Mi scusi, mi scusi… – fece il carabiniere, conciliante, mentre faticava a trattenere le risate – E cosa possiamo fare quindi? Vuole che facciamo una denuncia per “scancellazione di veicolo?”
– Ecco sì! Proprio quella ci vuole! Vi serve il mio nome vero?
– Eh già. Lei è il signor…
– Beppino!
Il carabiniere scrisse su un A4 “BEPPINO” e poi, con educazione disse al vecchietto che adesso poteva andare, e che avrebbero fatto ricomparire la sua auto al più presto. Appena ebbe lasciato il comando, scoppiò a ridere!
La risata si affievolì, però, quando sbirciando Beppino dalla finestra, lo vide allontanarsi sospeso a mezz’aria, come se guidasse davvero un’auto invisibile!
Avrò avuto un’allucinazione, pensò stropicciandosi gli occhi, con mezza risata ancora attaccata alla faccia. Ma anche quella mezza scomparve, quando si accorse che la sua Golf, nuova di zecca, era sparita.
Da quando aveva comprato lo stereo nuovo, Alfredo si svegliava in preda all’euforia. Aveva scoperto una funzione che gli permetteva di far partire, al momento opportuno, una qualsiasi canzone del cd che sceglieva. Amava così tanto alzarsi ascoltando “Mueç” dei Pantan che puntava la sveglia anche nei week end.
Da qualche mese, poi, abitava in periferia e la casa più vicina stava di fronte alla finestra della sua camera, lontana una cinquantina di metri.
E proprio quella finestra, una domenica mattina, fu quella che Alfredo scoprì piena di rovi.
Da non crederci. Non c’era più traccia del vetro, sostituito da un groviglio di sterpi. Probabilmente stava sognando, si disse, ed era ancora notte fonda.
Certo, aveva bevuto un paio di birre di troppo, la sera prima, ma questo non spiegava quella spinosa visione alla finestra.
Si stropicciò gli occhi e afferrò il cellulare, per guardare l’ora. Le undici e mezza! Puttanissima miseria, disse ad alta voce, non può essere ancora buio!
Qualcosa non quadrava.
Schizzò dal calduccio delle coperte come uno sputo e si avvicinò a quei rovi. Alcuni erano grossi quanto una biscia, altri parevano la coda di una pantegana, ma a parte le spine, aguzze e tendenti al rosso, sembravano proprio dei normalissimi rovi. Ma che ci facevano lì?
Alfredo non era una persona curiosa, ma a quel punto gli sorse un dubbio terrificante: s’infilò i vestiti e corse a sbirciare dalla porta d’ingresso, che dava sulla strada.
Tutto normale. Asfalto, luce del sole, automobili incazzate e paciose signore, che calcolavano il ritardo opportuno per svicolare dalla lunga omelia di Don Giacomino.
Lo stereo continuava a suonare.
Rassicurato, si fece prendere dalla curiosità, e afferrate un paio di cesoie cominciò a potare quella spinosa capigliatura vegetale, con l’intenzione di uscire dalla finestra e ricavare una galleria. Si scorticò le mani e il viso, strappando e tagliando fino a stufarsi. Dopo essere uscito dalla finestra aveva ricavato da quei rovi una galleria lunga un centinaio di metri. Impossibile, continuava a ripetersi, non aver incontrato la casa dei suoi vicini. Si fermò a pensare, stanco e dolorante.
Meglio lasciar perdere e cercare qualcuno con un decespugliatore.
Tornò indietro, in un intrico che già stava via via ricrescendo.
Ripose le cesoie nel cassetto degli attrezzi, spense lo stereo e indossò il giubbotto.
Appena aprì la porta d’ingresso si fermò, come se avesse dimenticato qualcosa.
Aveva di fronte un altro impenetrabile muro di rovi.
– Ehi! Flavio… – gridò Francesco, sbuffando tra una pedalata e l’altra – Ma… cos’è… un Biotòpo?

Avevo appena parcheggiato l’auto poco lontano dall’abitato di Flambro, a una cinquantina di metri da una casa colonica abbandonata, e subito mi ero infettato di un’insana smania di dovervi entrare.
Ero lì per trascorrere un’ora pescando nelle acque di sorgiva del Brodis, lasciandomi carezzare dagli ultimi raggi di sole, ma quando quelle finestre, coperte di rovi, mi rubarono la prima occhiata, mi parve che l’unica cosa con un senso, quella sera, fosse entrare in quel rudere. Per questo andai.
Anche la porta, per una buona metà, era coperta dai rovi, e per superarli mi scorticai le mani.
Appena dentro realizzai di essere uno sciocco. C’erano solo calcinacci su calcinacci. A malapena c’era traccia del tetto, e i muri erano coperti delle solite scritte volgari e grossolane, inneggianti ai Doors, Ozzy Osbourne e alla figa. Solo quest’ultima, pensai con un sorriso, andava ancora di moda.
Doveva essere da parecchio che nessuno vi metteva piede, pensai. Chissà cosa speravo di trovare.
In ogni caso, tanto valeva salire al piano superiore. Anche lì non c’erano altro che scritte e calcinacci. Solo una stanza conservava un angolo di copertura, che la lasciava in penombra.
E proprio in quell’angolo c’era una sedia, ma quando i miei occhi si abituarono, vidi che non era vuota, ma vi sedeva una vecchia, vestita di nero, che mi fissava!
Sobbalzai. Mi parve che il cuore volesse schizzarmi fuori dalle orecchie. Una vecchia? Lì tra quei ruderi? Com’era possibile?! No, non poteva essere. Era sicuramente un fantoccio, messo lì per scherzo.
– Buonasera. – ecceggiò una voce da cornacchia, quasi subito.
– B… Bu… Buonasera… – risposi, immobile come un baccalà.
Sprofondava il viso rugoso in un fazzoletto nero, e i capelli grigi, disordinati, le coprivano gli occhi come una stravagante ragnatela.
– Giovanotto, – disse – per favore, potresti portarmi un bicchiere d’acqua? Ho una sete… Prendi pure il bicchiere.
E infatti, poggiato su un mattone, c’era un bicchiere di quelli per il taglio di vino, che ormai non fabbricano quasi più. Il movimento del suo braccio che lo indicava mi scosse. Mi voltai e mi gettai per le scale a rotta di collo, come un forsennato, incurante delle spine che mi graffiavano la faccia. Mi fiondai in macchina, imprecando, e fuggii avvolto dal rumore della ghiaia che sbatteva sulla lamiera.
Quando il batticuore cessò, una volta a casa, ripensai a mia nonna, che da piccolo mi raccontava sempre delle agane, le streghe che vivevano vicino ai ruscelli di quelle parti. Che stronzate, pensai.
Solo la mattina seguente, quando salii in auto e vidi un bicchiere rotolare tra i pedali, mi ricordai che diceva sempre: – Non sono streghe cattive… ma nemmeno tanto buone.