100secondi

storie che si leggono in un sorso
sabato, 24 ottobre 2009

AGGRAPPATI

2009-10 104_1447Martedì c'era un giovanotto in tenuta da ciclista. Mercoledì, al suo fianco, una signora con un vestitino azzurro. La sera successiva un vecchietto che pareva uscito dagli anni '50.


– E che facevano? – gli chiede Sandro.
– E che ne so, io? Mica mi son fermato! – risponde con un'alzata di spalle Livio, soffiando sul suo caffè.
– Sì, ma... Voglio dire, si parlavano? Ti hanno fatto dei gesti?
– Ma no, ti ho detto. Mi hanno solo guardato. Cioè, guardavano la macchina.


Venerdì compaiono due bambini, in pantaloncini corti, e una signora in tuta da ginnastica.
Sabato piove, e le gocce scendono dalle frange del giubbotto di pelle di un omone barbuto, che si è aggiunto agli altri.


– E io che pensavo mi prendessi per il culo – gli fa Sandro, mentre infila la chiavetta nel distributore.
– Ma quanti erano? Ma sempre lì? – gli chiede Livio, nascondendo sollievo e concitazione sotto un'espressione da “te l'avevo detto”.
– Cazzo! Ho finito il credito, hai dieci centesimi? Non so quanti, sai, ero un po' bevuto. Sei o sette mi pare. Quello vestito da ciclista c'era. E anche una tipa vestita di celeste. Comunque sì, sempre sul curvone in braida di sotto.
Livio scava dalla venti centesimi e glieli porge.
– Fatto sta che ti guardavano con certi occhi... – continua Sandro – E pensa che ieri pure pioveva!
– Secondo me è una candid camera!
– Ma guarda, se lo è sono dei deficienti. È gia abbastanza pericolosa di suo, quella curva.
E mentre lo dice, un brivido corre sulla schiena di entrambi.

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giovedì, 15 ottobre 2009

DRINK

CALICE_Era il primo anno che il Drink veniva introdotto a Friuli doc.
Giovanni, trascinando sulle gambe i suoi centotrent’anni portati male, attraversava via Mercatovecchio. Non aveva denaro a sufficienza per comprarsi un nuovo set per le ginocchia e a malapena era riuscito a pagarsi fegato e cuore, entrambi di seconda mano. Mentre le vetrine al plasma ne specchiavano il profilo in altre vetrine al plasma, in un vibrante effetto Droste, continuava a chiedersi come avessero fatto a chiamare “Drink” quel beverone, in barba alla normativa antitrust, in faccia ai salutisti e in culo al vino, alla birra e a tutti gli altri alcolici.
«Drink! Ubriachi per vivere più a lungo» recitava un display sopra lo stand all’angolo, sul piano rialzato in mezzo a piazza San Giacomo.
Lui non poteva salirci.
Era un pensionato di secondo livello, e per accedere al Virtuale doc bisognava appartenere per lo meno ai cittadini di terzo o ai pensionati di quarto livello. Come tutti quelli della sua categoria, poi, non poteva permettersi l’intervento per l'installazione della porta USB sul mignolo.
Doveva accontentarsi di passeggiare per le strade reali, brontolando ogni volta che un giovinastro, a cavallo di quegli stramaledetti segway, gli urtava gli stinchi o gli faceva volar via il cappello.
In fin dei conti, non v’era pericolo di non incontrare altrove quella scritta, perché non c’era osteria o bancarella che non vendesse il Drink. Anzi, aveva faticato non poco per trovare un bicchiere di vino.
Oramai gli agricoltori che coltivavano i vigneti andavano scomparendo, perché ovunque le osterie preferivano riempirsi le cantine con quel beverone moderno, aromatizzato al vino.
Drink aromatizzato al Merlot, al Sauvignon, al Refosco, al Verduzzo, al Traminer…
Erano tornati di moda persino il Clinto, il Fragolino e il Tocai, perché tanto, per una Multinazionale, era solo questione di un chimico in più o in meno sul libro paga.
Mentre beveva, il bastone adagiato alla sedia e il cappello in bilico sul bastone, Giovanni sbirciava i volti degli altri clienti, schierati intorno come un'edera, che soffoca una casa abbandonata.
Non ve n’era uno che fosse sobrio.
Ridevano e gridavano, senza passione né misura, e diversi lo guardavano con disprezzo, come un povero coglione. Uno degli ultimi che ancora bevevano vino.
D’altronde cosa avrebbe potuto obiettare?
Il Drink era l’unico alcolico che proteggeva cuore, fegato, esofago, stomaco e azzerava persino il rischio di tumori; e tutto ciò – l'allungarsi della vita media parlava chiaro – senza alcun effetto collaterale. Certo, il prezzo da pagare era un popolo che non dubitava più. Generazioni unite e confuse dall'ebbrezza che accettavano qualunque stimolo senza discuterlo, dai comizi alla pubblicità.
E lui, con quel nome antico che non portava più nessuno, cos'altro poteva fare se non abbassare il viso, sorseggiare il suo Cabernet e contare gli anni che si stava togliendo, per vivere i rimanenti da povero coglione.

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venerdì, 25 settembre 2009

FOGLIE

POPULUS_TREMULA_FOGLIELa prima di cui si accorse aveva la forma d’un cuore, il colore di un'abbronzatura accennata e le venature perfette. Gli copriva quasi per intero l'avambraccio.
Per giorni ne fu entusiasta: era meglio di qualunque tatuaggio.
Quando si accorse che quei piccoli graffi in realtà erano zampe, svenne; quando cominciarono a muoversi si pisciò addosso.


- Le sente quando si muovono? - gli chiedeva il dermatologo.
Lui, devastato dal prurito, nemmeno rispondeva. Inutile ripetergli che erano insetti.
Quando lo trovarono, riverso nel sangue secco, non capirono come potesse essersi scuoiato in quel modo.
Sopra di lui, frusciavano i pioppi.
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sabato, 23 maggio 2009

IL CIELO

2009-01 06 014Luca è in terrazza. Accosta meglio alla lente l’occhio, azzurrissimo. Pian piano, nel brulichio indistinto comincia a distinguere delle forme. Non scorge i particolari, ma vede mani e zampe.
Ormai è sicuro che quelle creature svolgono attività coscienti. Una corre, altre camminano. Due paiono baciarsi.
Una soprattutto lo attrae. È immobile, ingobbita, ma poi solleva un viso serpentiforme e lo guarda.
Luca si stacca dal microscopio e riavvicina i lembi di pelle sul suo avambraccio, serrandoli con un cerotto. È come un sipario, pensa ammirato, senza immaginare quanto il suo pensiero sia comune, in quell’istante. Poi guarda il cielo, azzurrissimo.

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lunedì, 23 febbraio 2009

VUOTI

Udin Simona sentì le nocche di Yuri sotto ai suoi piedi scalzi.
Cercò a tastoni le scarpe, appoggiate vicino al letto, e usando il cellulare illuminò la botola di uscita. In piedi nel buio aspettò che l'impianto centrale di ossigenazione scandisse l'ennesimo quarto d'ora, e quando il ronzio meccanico riempì l'aria, azionò il congegno che apriva lo sportello in carbonio. I suoi genitori, probabilmente, non si sarebbero accorti della sua uscita niente, ma quella notte era troppo importante per rischiare di farsi scoprire.
Scese la scaletta che portava al piccolo ballatoio, sospeso nel vuoto sotto casa sua, mentre Yuri, illuminato dal tenue chiarore dei generatori notturni, l'accompagnava con le mani sulla schiena.
– Grazie – sussurrò lei, appoggiandosi al parapetto e cominciando a indossare le scarpe – Alan?
– Ci aspetta sul Grande Ponte – rispose il ragazzo, tirando fuori dal giubbotto un aggeggio simile a un telecomando.
– Cos'è?
– Un passepartout a frattali magnetici – disse sorridendo sotto il ciuffo – È da due settimane che ci lavoro, apre praticamente tutto.
– Il recorder di immagini mentali?
– Ce l'ha Alan.
– Siete grandi – disse Simona, con un sorriso nella voce.
Si avviarono verso il Ponte, seguendo con una mano il parapetto. Le loro chiome candide sfioravano le scalette che, a intervalli regolari, salivano verso gli ingressi di ogni abitazione. Simona, tesissima, tratteneva il respiro, pensando a come stesse camminando sotto i sogni di tutte quelle persone, che dormivano nei loro letti. Le case, rettangoli senza finestre aggrappati al soffitto della grande grotta, sembravano vampiri dagli occhi chiusi, pronti a svegliarsi e volare via. Quando il ronzio meccanico ruppe puntualmente il silenzio, lei trasalì, e cercando istintivamente di aggrapparsi anche con l'altra mano, cozzò bruscamente contro il parapetto, e il cellulare le sfuggì, cadendo nel vuoto.
– Cazzo! – imprecò a voce alta.
– Dai, non è grave – la tranquillizzò Yuri, che aveva assistito alla scena – lo andremo a riprendere domattina dal Recupero Reti. Muoviamoci piuttosto, che il vecchio Livio potrebbe aver già cambiato idea.
Era vero. Quel pomeriggio il nonno di Alan, la cui vecchiaia era seconda solo alla pessima salute, aveva finalmente acconsentito a permettergli di registrare un file con i suoi ricordi.
Era uno dei pochissimi anziani che aveva vissuto in superficie, e Simona, Alan e Yuri, avrebbero finalmente scoperto se l'antico mondo fuori dalla grotta era esistito davvero, o se era solo una leggenda curiosa, raccontata ai bambini.
Dopo aver fatto un cenno di saluto ad Alan, camminarono senza altri infortuni verso la casa di Livio, attraversando il Ponte e innumerevoli altri ballatoi, stretti e a volte completamente bui, che cambiavano direzione a ogni manciata di metri. Sapevano di dover eludere la sorveglianza, perché scaricare ricordi da un over-eighty era un reato, ma anche se erano molto scettici sull'esistenza di quel mitico passato, erano disposti a rischiare.
Solo quando girarono l'ultimo angolo si avvidero delle luci azzurre che lampeggiavano proprio lì dov'erano diretti. Un lungo involucro, avvolto in un lenzuolo bianco, veniva calato dalla botola, e capirono subito che la loro missione era già fallita.
Alan, che suo nonno non l'aveva praticamente mai conosciuto, restò impassibile, mentre Simona si appoggiò con i gomiti al parapetto, e le lacrime caddero nel vuoto, attraversando anche le sottili maglie della Rete di Raccolta.
– Dai, coraggio – le disse Yuri, avvicinandosi e accarezzandola con le dita pallide – Non è l'ultimo. Vedrai che prima o poi lo scopriremo, com'era fatto il Sole.


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lunedì, 19 gennaio 2009

IL CANTO

2009-01-19-Passariano– Muoveteviii! – berciò la testa di Fiona, dal comodino.

Il resto di lei, privo di vestiti e ritegno, sbatteva sui mobili e sui muri della camera, spargendo dispettosamente feci e orina sul pavimento.

 

L’avevano decapitata mentre dormiva, zeppa di Guinness e salmone affumicato. Era stato Liam a volerci provare, istintivo come sempre. Nonna Abigail glielo aveva detto, che era tutto inutile, ma lui, testardo come suo padre, era stato irremovibile. Quando aveva calato l’ascia sul suo collo pallido, Fiona aveva ruttato così fragorosamente, che le tende avevano rabbrividito. Poi, mentre la testa rotolava e i lunghi capelli rossi si torcevano intorno al naso e alle orecchie, si era messa a ridere. Era una risata gracchiante e stridula a tempo stesso, un latrato asincrono che pareva una cornamusa suonata a pieni polmoni da un asino. Si erano portati tutti le mani alle orecchie, abbassandole e sospirando di sollievo quando quella gola recisa aveva interrotto quello strazio. Dopo un brevissimo silenzio, però, seppur biascicando e mangiandosi le parole, e con un timbro e un’intonazione profondi, quasi maschili, aveva cominciato a cantare.

Ripeteva una litania irritante, anche se non insopportabile, che riuscivano a decifrare solo a sprazzi. Distinsero la parola automobile, e poi triangolo, viscere, quercia, caramella, ma nessuno, in quelle vocali distorte fino a far marcire i significati, riuscì a scorgere un nesso logico. Credettero fosse un ultimo delirio prima di tirare definitivamente le cuoia. Solo nonna Abigail sbiancò e li obbligò a uscire subito da quella camera, chiudendo la porta a chiave.

Gli altri la ubbidirono immediatamente, spaventati da quel canto innaturale e dal corpo che cercava goffamente di scendere dal letto, ma una volta fuori dalla stanza cominciarono a ridacchiare e a complimentarsi con Liam. Prima o poi avrebbe smesso di agitarsi e loro si potevano considerare liberi da quell’insana e assurda presenza. Solo nonna Abigail, benché Fiona avesse smesso di cantare, non sembrava sollevata. Si era chiusa in un mutismo che oscillava tra l’inquietudine e la rassegnazione.

Inizialmente quasi la derisero, indicandola come la solita inguaribile pessimista, ma dovettero ricredersi un paio d’ore più tardi, quando un agente della Garda suonò alla porta per notificare l’incidente d’auto occorso al vecchio zio Seamus.

La pioggia… l’asfalto viscido… una disattenzione… In quel silenzio irreale le frasi dell’agente tintinnavano come cubetti di ghiaccio in un bicchiere vuoto, ma loro non l’ascoltavano già più.

Tutto questo accadeva poco meno di un mese prima.

Da allora, dopo essere stata ripescata dall’acquario, dove Liam l’aveva gettata per soffocarla, o per lo meno zittirla, quella testa era diventata sempre più esigente. Dal comodino dove l’avevano sistemata, aveva dovuto cantare soltanto un’altra volta, per convincere tutti che la morte di zio Seamus non era una coincidenza. Era morta Eileen, sua cugina, ma fortunatamente i suoi novant’anni e quel continuo imperterrito masticare e sputare tabacco, avevano reso il suo ruzzolone mortale un avvenimento quasi gradito.

A nessuno però era sfuggito il canto di Fiona, che pochi minuti prima, contrariata per il blood pudding che non le avevano portato, aveva intonato la sua nenia, descrivendo con i suoi angoscianti gorgheggi il lutto a venire. Il telefono della vecchiarda suonava già inutilmente, quando capirono cosa stava accadendo. Da quel momento, per l’intera famiglia, fu il delirio.

 

– Eehh! Eeeh! Eeeehh! – strillava ancora Fiona, di nuovo ubriaca – quando arriva il mio Powers!

Nonna Abigail, che di whiskey non se ne intendeva, armeggiava col cellulare cercando di telefonare a uno dei figli, o a sua nuora, o uno qualsiasi dei nipoti.

Sapeva che Doreen era al supermercato a cercare delle patatine al pepe, Sinead a comprare il gelato alla Guinness, Roan nei boschi con Neil, a caccia di tartufi. Brenda e Cormac persi chissà dove, cercando di soddisfare l’ennesimo capriccio. Altri della famiglia erano a dormire, stremati da quella continua tensione a cui non avevano ancora trovato rimedio, se non quello di ubbidire.

Zoppicando sul suo bastone si avvicinò al catino che conteneva la testa fantasma, con l’idea di spiegargli che avrebbe dovuto portare pazienza, e magari di versargli in gola un’altra birra, sperando che la volesse. Troppo tardi. Fiona, con mezza faccia sommersa da quello che aveva già bevuto in precedenza, aveva le gote paonazze. Fissò la poveretta con i suoi occhi verdi, che non mostravano alcun segno della saggezza che doveva aver accumulato durante i secoli della sua esistenza, ma solo smania e dissennatezza. Si schiarì la gola con un colpo di tosse, e cominciò a cantare.

Abigail, affranta, si sedette sul letto, incurante del corpo decapitato che ogni tanto la urtava. La disperazione l’avvolse a tal punto che quasi sperò di essere lei, la protagonista della canzone. Essere una famiglia numerosa è un’angoscia che si aggiunge alla schiavitù, se impazzisce la tua banshee.

Si alzò e uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle e sedendosi vicino alla porta d’ingresso, con il telefono sulle ginocchia. Cominciò a piangere, senza sapere per chi.

 

 

VERSIONE IN LINGUA FRIULANA

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categorie: racconti, banshee, eventi soprannaturali, passariano
sabato, 27 dicembre 2008

CONFINI


Bertiolo - 2008 12 12I colpi gli giunsero in testa come fucilate lontane.

Thump thump thump thump…

Augusto si drizzò sul sedile di scatto, sconvolto, spalancando occhi e orecchie.

Thump thump thump thump thump thump thump…

Gli ci volle qualche attimo per capire che probabilmente era l’autoradio, a fare tutto quel casino. Schiacciò istintivamente il bottone dello spegnimento, ma non accadde nulla.

Thump thump thump thump thump…

Si guardò in giro, stranito. Era buio. E faceva freddo, perché si accorse che tremava da capo a piedi. Osservò di nuovo l’autoradio e gli parve ci fosse scritto qualcosa, al posto della frequenza. Probabilmente il sonno gli stava ancora aggrovigliando i pensieri, e non era in grado di difendersi da quel frastuono, anche se ormai aveva provato a schiacciare tutti i pulsanti.

Thump thump thump thump thump thump thump…

Come un bimbo capriccioso, Augusto si tappò le orecchie con i palmi, schiacciandole con violenza per allontanare quel suono, ma una meraviglia inaspettata mutò subito in paura, quando si accorse che i colpi era dentro la sua testa. Ma proprio mentre stava familiarizzando con quella sensazione, un silenzio inspiegabile lo avvolse come un mucchio di cotone bagnato, e rimase così, stranito, con le orecchie che bruciavano sotto le mani gelate.

Solo dopo quel momento, mentre il buio continuava a masticare l’auto, che cominciò a capire dove si trovava e ricordarsi quel che gli era successo.

Aveva sognato, ne era quasi sicuro, visto che l’autoradio era spenta. Girò la chiave per metà e avviò i tergicristalli, per togliere la patina di ghiaccio sul parabrezza, ma nulla parve cambiare. Provò allora a pulirlo dall’interno, con la manica della giacca aggrappata alla mano, e scoprì che il velo ghiacciato era proprio davanti al suo naso. Com’era possibile, si chiese.

Se lo spiegò appena aprì la portiera e fece due passi intorno all’auto. Si percepiva subito che dentro l’abitacolo la temperatura era molto più bassa che all’esterno.

Augusto appoggiò le mani al cofano e osservò il muso dell’auto, senza trovarvi alcuna ammaccatura. Notò solo che dalla parte del passeggero mancava uno specchietto, ma era così confuso che non si ricordava nemmeno se ci fosse mai stato. Finalmente alzò lo sguardo, e si trovò di fronte alla facciata di una chiesa possente e minacciosa, che lo osservava come se lo volesse giudicare. “Santuario B.V. di Screncis”, era scritto in maiuscolo sulla facciata. In quel momento pensò che se fosse stato un po’ più religioso la sua coscienza sarebbe stata un contenitore pieno e pronto a esplodere. Per fortuna riteneva che santi e preti fossero come abiti sbrindellati per cani pelosi: inutili.

Tornò in auto, bloccò le portiere e accese il motore, per far funzionare il riscaldamento. Osservò il tachimetro e poi chiuse gli occhi, sprofondando nel sedile. I pensieri cominciarono a rincorrersi, facendo vibrare le palpebre.

Erano le tre del mattino, aveva guidato per duecento e cinquanta chilometri come un forsennato, tanto che il computer di bordo segnalava “average speed 90.9 km/h”. Era stato fortunato, perché i fanali erano a posto e nessuno poteva averlo visto.

Mentre era perso in questi ragionamenti udì un fruscio dal sedile a fianco, si voltò e lanciò un urlo, quando si trovò di fronte una ragazza, che lo stava fissando con occhi spalancati.

– Chi sei! – gridò più che chiedere – E come hai fatto a entrare? – proseguì, notando che la sicura della portiera era abbassata.

– Calmati –  gli rispose la giovane.

Dimostrava venticinque, forse vent’anni. Era pallida quanto un lenzuolo e con occhi azzurri e limpidi. I capelli ricadevano ai lati del volto chiari e lisci, e indossava un vestito bianco quanto la sua pelle, quasi trasparente, che si allungava fino ai piedi, anche se quelli, avrebbe poi giurato Augusto, gli parevano proprio rivolti all’indietro.

Più la guardava e più il sangue gli pareva ghiacciarsi nelle vene.

– So bene quel che ti accaduto – gli disse occhi negli occhi – E secondo me faresti bene a tornare indietro.

Augusto non fu in grado di replicare. La ragazza gli aveva parlato senza muovere le labbra, con la voce che nasceva direttamente nella sua testa, e lui era impietrito dal terrore.

In ogni caso, non ve ne sarebbe stato il tempo, perché quella eterea figura, prima che lui ricominciasse a respirare, si era tramutata in nebbia e stava già scomparendo.

Rimase di sasso, mentre il parabrezza si scongelava rapidamente e il sangue tornava a colorargli il viso. Appena si riebbe, accese l’autoradio, alzo il volume, e come un folle ripercorse altri duecentocinquanta chilometri, fino a quella stradina imboscata e piena di curve.

Si fermò e si affacciò a guard-rail. Il corpo era ancora lì, immobile come l’aveva lasciato ore prima. Nel buio sembrava un cumulo di terra. Si guardò intorno e non vide anima viva, e si accorse di non capire nemmeno dove si trovasse, di preciso.

Cavò il cellulare dalla tasca e compose prima un doppio 1 e poi un 2.

 

Solo dopo mesi trovò il coraggio di tornare a Bertiolo ed entrare in quel Santuario. Quando vide un quadro raffigura la Vergine non si non si meravigliò che avesse il volto che aveva visto quella sera.

Il pensiero tornò subito indietro, all’istante in cui aveva spento il cellulare senza schiacciare il tasto verde di chiamata. Aveva ancora negli occhi il luccichio dello specchietto che ammiccava tra le foglie secche. Lo aveva raccolto e gettato nel bagagliaio, poi era fuggito, stavolta con più calma, fino a tornare a casa, duecento e passa chilometri dopo.

Era proprio vero, pensò, che il confine tra il bene e il male è tenero.

E mentre la ragazza del quadro gli faceva l’occhiolino, iniziò a cantare, con gioia, unendosi a tutti gli altri fedeli, ancora convinti che quella fosse un’immagine della Madonna



NOTE:

La tradizione vuole che nel luogo ove ora si trova il Santuario della Beata Vergine di Screncis, nel Comune di Bertiolo, esistesse un infossamento del terreno dove un pastore, mentre sorvegliava il gregge, scorse mezza nascosta l’immagine della Madonna col Bambino: raccontò il fatto in paese e l’immagine venne portata nella chiesa parrocchiale, ma il giorno dopo fu trovata esattamente nel luogo in cui era stata scoperta; venne allora portata nella chiesetta della Santissima Trinità, ma anche in questo caso la cosa si ripeté. Allora in quella località venne innalzato un capitello e successivamente una piccola cappella.

Le “aganis” sono creature ammaliatrici presenti vicino ai corsi d’acqua, descritte sia come avvenenti giovani, sia come laide vecchie, vestite di bianco possono essere entità “buone” o “cattive”.

VERSIONE IN LINGUA FRIULANA

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categorie: racconti, chiesa, streghe, bertiolo, aganis
venerdì, 24 ottobre 2008

OOO (seconda parte)

Ecco qua la seconda parte. :)
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... ... ...

No. Non sono un drogato, non sono un veggente e non sono pazzo. Sono ipotesi che o preso in considerazione, io per primo, ma che ho già confutato. Sono un viaggiatore: ecco cosa sono! È questo il termine che meglio mi descrive.
E non crediate che mi riferisca a viaggi mentali e di fantasia. Quando uso la parola viaggio è nel suo senso più intimo: viaggiare inteso come vivere.
Perché tutto quel che arriva dopo ogni “OOO”, io non soltanto lo vedo, ma lo vivo.
Così ho tenuto la lenza dei gatti giganti del Mekong e ho respirato il carbone che brucia a Centralia. Ho calpestato con zampe di formica le aiuole del Mill Ends Park e ho pregato le mie stesse ossa, nella chiesa di Sedlec. Ho fissato la Pistol Star con l’occhio di Oudane e telefonato al mio inconscio da una cabina nel Mojave. Sono stato un tatzelwurm, una banshee, un saiyan, uno hsingnu. Sono stato tutto e ovunque. E tutto e ovunque posso essere e probabilmente sarò. Ne sono così sicuro da poter affermare che se qualcosa del mondo conosciuto esiste, è solo quando io, in qualche modo, riesco a trovarlo.
Eppure ho un cruccio. Un tarlo che non mi fa godere appieno di questo mio modo perfetto di viaggiare. È la sensazione di essere solo e unicamente uno strumento.
L’idea di essere un’arma infallibile, piuttosto che il cacciatore che la usa, mi tormenta a ogni giorno che passa. Più sono i miei viaggi, più è la conoscenza, e più spinge il desiderio di volerla dominare e scegliere. Un OOO via l’altro, ogni volta che quell’indice puntato mi spinge verso l’ennesima parte di mondo non richiesta, cresce la voglia di ribellarmi, di fuggire, di cambiare. È una condizione iniziata con un vago disagio, poi si è fatta desiderio, ora è necessità.
Ho bisogno di scegliere, di potermi sottrarre a questi ordini, a questo indice puntato che non è il mio.
Voglio gridare OOO sapendo di esserne io l’origine e poter scegliere la direzione.
E volete sapere una cosa? Poco fa ce l’ho fatta.
Non saprei nemmeno dire da quanto stavo tentando.
È stato un attimo, un pensiero casuale. È stata la scoperta di un trucco unita alla coscienza di poterlo usare. La mano mi stava indicando un argomento, un luogo, una persona… non ricordo. Ricordo soltanto di aver deciso di pensare ad altro e di esserci riuscito. In quell’istante ho pensato solo a una serie di lettere confuse, pzpiodfugyajs, oppure xzdgbcerhy, o qualcosa di simile, e mi sono ritrovato a casa.
Voi non potete immaginare la mia gioia nel riuscire a scegliere il viaggio. Sento già i vostri pensieri. Ma se prima o poi viaggerai ovunque, a che ti serve scegliere dove? Ma la libertà è qualcosa di unico. È il nutrimento primario. E poco importa se alla fine, poco fa, non ho fatto altro che tornare a casa. L’importante è che sono stato io a deciderlo. È stata la prima volta, ma com’è vero che mi chiamo Google, non sarà certo l’ultima.

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e per gli avventurosi la continuazione in lingua friulana . :)
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categorie: racconti
sabato, 18 ottobre 2008

OOO (prima parte)

Sto trascurando questo povero blogghe. Non tanto per motivi di ispirazione, quanto tecnici. Ecco perché, in attesa che ritorni la mia macchina fotografica e di fare l'esame in friulano lo aggiorno con un racconto che è un po' fuori dalla solita logica e che chi segue il mio blog ufficiale  forse ha già letto.
Stavolta il racconto è nato in lingua italiana, e poi l'ho tradotto.
Siccome è lungo vi lascio la prima parte. La seconda arriverà solo quando qualcuno lo chiederà :)

OOO (prima parte)
Avete presente il rumore che fa un’unghia grattando un tappetino mouse? Ecco, più o meno è così che mi sveglio, con questo suono nelle orecchie. Ogni volta.
Forse non riesco a rendere bene l’idea, perché non sono bravo a raccontare. Non lo sono mai stato, anche se lo faccio continuamente. È che non riesco a trovare di meglio che l’immagine di un risveglio, per descrivere l’ingresso nel mio mondo cosciente. Prima non c’è niente: né sonno, né sogni. Un clic, un fruscio, e poi un attimo di buio, mentre sento quel grattare leggero. E quest’attimo è sempre uguale.
È quello che viene dopo, che cambia ogni volta.
Non so il perché di quello che accade, non me lo sono mai chiesto, né ho mai avuto il tempo per farlo. So solo che quando mi sveglio, sono a casa mia, poi parto.
Lo so perché riconosco la finestra su cui appoggio il mio sguardo assente, quasi fosse un ombrello dimenticato. È sempre la stessa, non ho dubbi. Non che sia l’unica, intendiamoci, ma quella finestra è un punto fermo. Uno di quei tronchi sprofondati nel greto di un fiume, che anche la corrente più tenace è costretta ad aggirare. È qualcosa di rassicurante, per il pesce come per il pescatore. Parlo del tronco eh, non della finestra. Quel che è più rassicurante, piuttosto, è avere la certezza che il primo passo comincia sempre dal luogo che io chiamo casa. È così per tutti, credo, o almeno mi sono fatto quest’idea. E credetemi: per me, e per come io vivo il poi, è fondamentale avere questa certezza. Altrimenti impazzirei.
Per il resto, non riconosco altro. Come mi guardo in giro c’è qualcosa di diverso.
Il quadro che ieri era in alto vicino alla porta, arancione, oggi è verde, ed è appeso al contrario, nell’angolo opposto della stanza. Domani chissà, sarà blu e buttato sul pavimento. Altri quadri, invece, nascono come mosche sul muro, briciole nere e indistinguibili, che si fanno via via più grandi, come a volersi avvicinare. Non faccio in tempo a osservarli che mi superano, attraversandomi, oppure svaniscono, a volte con un plop, come se enormi bolle di sapone fossero esplose alle loro spalle. Che poi, porte e finestre sono tutte entità da percepire, più che luoghi della vista.
A ogni modo, non ritrovarle mai nel posto in cui le avevo lasciate è destabilizzante.
All’inizio pensavo di essere io la causa. Pensavo agisse un meccanismo perverso legato allo scorrere del tempo. Avete presente quando assaggiate la cedrata, dopo anni, o riguardate i cartoni animati del Principe Stellare Ciobin o di Bem, il mostro umano? Per quanto vogliate provare le stesse sensazioni, finisce sempre che una parte di voi, più o meno inconsciamente, se li ricordava diversi. Certo, niente di strano. Il tempo è il principale ingrediente di tutto; il viaggio primario, essenziale, quello che ognuno di noi fa, istante dopo istante. Il fatto è che io, questo genere di sensazioni, le provo a ogni risveglio! Per farvi capire meglio, è come se qualcuno vi spostasse ogni notte i soprammobili. E non solo quelli, ma anche l’arredamento, o addirittura le porte e le finestre, per di più, aggiungendone o togliendone a seconda del proprio ghiribizzo. Certo, ci si abitua a tutto, ma potete ben immaginare come il concetto di casa sia piuttosto relativo, se vivete in questo modo.
Comunque, vi dicevo, non è del risveglio che volevo parlare, ma di tutto quel che mi succede dopo. Perché dopo, io, viaggio.
Non ho altre parole per definirlo, il mio attraversare il mondo. Sempre che di mondo si tratti. Comincio sempre da una finestra, o da un quadro. Prima sento come una voce, che non è una voce, ma è come una spinta, una freccia che mi fa guardare in una certa direzione, e lì, dove prima c’era una parete, ecco comparire un panorama, un’immagine, un oggetto, una scritta. E qualunque cosa appaia, magari sghemba e confusa, da non capirla nemmeno, ecco che vengo risucchiato.
È come se un indice m’indicasse la via e al quale io non so disubbidire. Ci ho pensato mille volte, a come infrangere questi comandi, ma non ci sono mai riuscito. Sono capace solo di aprire la bocca in un O che è insieme stupore e curiosità, timore e trasporto. E quel grido, che accompagna il viaggio, è sia segno che fonema, un “OOO” prolungato che attraversa il tempo e lo spazio.
Io viaggio attraverso quell’OOO.
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categorie: racconti
lunedì, 28 luglio 2008

LA PALUDE DEI GAMBERI

2008 04 24 laguna lignano

– Avete acqua da dichiarare? – chiese Ennio, nascondendo gli occhi sotto la fiamma del berretto.

– Niente, purtroppo. Non c’è rimasto nemmeno un pozzo…

Il piccolo Alfredo, seduto dietro un intricato cespuglio, ascoltava la voce di sua madre, anche se non riusciva a vederla. Sapeva che stava raccontando una bugia, perché in Braida di Sotto c’era ancora un pozzo artesiano, celato dai rovi, che sputava a fatica dell’acqua potabile. Ma sapeva anche che l’acqua veniva razionata e tutti i pozzi venivano confiscati dal Governo.

Da quando era accaduto l’incidente, alle Foci del Tagliamento, i pochi che avevano deciso di rimanere a vivere in Friuli lottavano con gli stenti un giorno sì e l’altro pure.

– Va bene – le aveva risposto Ennio, quasi con una certa impazienza – Allora è tutto a posto. Stia bene e mi saluti il piccolo. E mi raccomando di tenerlo d’occhio. Non sono tempi per gironzolare per la campagna, come si faceva una volta.

– Ma perché… credi ci sia ancora pericolo? – gli chiese Virginia, aggrottando le sopracciglia.

– Ma… Che vuoi che ti dica. Gli americani dicono di no, ma dicevano così anche prima dell’incidente. È meglio non fidarsi più e tener duro. Verranno tempi migliori.

– Già… altro non possiamo fare. Comunque grazie. E saluta a casa anche tu. Se vi serve qualcosa… sai dove trovarci.

Alfredo sapeva che Ennio era a conoscenza del loro piccolo segreto. Ma sapeva anche che prima di essere un carabiniere era un paesano, e non era la prima volta che capitava a casa loro di notte, per portarsi via una tanica d’acqua o una borsa di bieta.

Non appena sentì la porta di casa chiudersi, schizzò fuori dal suo nascondiglio e si fiondò sulla bici, cominciando a pedalare come un pazzo per arrivare a Palazzolo al più presto. Doveva fare tutto di nascosto perché la Palude dei Gamberi, come la chiamava lui, era ancora zona vietata, anche se i militari si erano ormai stufati di tenerla sotto controllo.

Una volta giunto sull’argine di quello che un tempo si chiamava fiume Stella, leggermente a monte di dove prima c’era il paese, Alfredo si fermò e nascose la bicicletta, assicurandosi che non vi fosse nessuno nei paraggi.

Lo spettacolo che aveva innanzi toglieva il fiato.

Tutti i campi erano stati inondati da un’acqua grigia e lucente, dai riflessi verdastri. Un puzzo di uovo marcio appestava l’aria, riempiendo la gola e i polmoni. Questa però non era la prima volta che veniva lì, e si era attrezzato: aveva portato una molletta da bucato!

Avvicinatosi alla riva, sgusciando sotto il filo spinato, si era subito tolto i vestiti e cominciato a scrutare l’acqua, per individuare l’isoletta biancastra più agevole da raggiungere.

Da quando era avvenuta l’esplosione, e quasi l’intera bassa friulana era finita sott’acqua, da Lignano a Grado, era vietato avvicinarsi a quell’acqua putrescente; e a dire il vero, soprattutto dopo che erano venuti a galla i cadaveri dei gamberi e delle bisce, non ci voleva un grande sforzo per far rispettare il divieto.

Nessuno, infatti, era riuscito a spiegare come mai quegli innocui animaletti, non solo erano morti, ma i loro corpi erano cresciuti a dismisura, assomigliando ai mostri preistorici che si vedono alla tv. E tutto ciò dopo che erano morti.

Alfredo le bisce non le aveva mai viste, ma gli avevano raccontato che erano grandi come un Eurostar. Lui non aveva capito cosa fosse un Eurostar, di preciso, ma da quando aveva scoperto i gamberi, lì a Palazzolo, gli ci era voluto poco per far galoppare la fantasia.

E non era l’unica cosa che aveva scoperto.

Scelse un’isoletta e si calò in acqua, facendo attenzione a non ingoiare quell’acqua densa e color uovo d’anatra. Una volta vicino al gambero, o meglio, a quella parte che spuntava dal pelo dell’acqua, si era issato con le braccia, puntando i piedi in quella carne scivolosa.

Si sentiva come un Re padrone del proprio regno, anche se doveva fare in fretta.

Si distese, slegando il coltellino che si era fissato al polso. Lo piantò nella carne della bestia e girandolo ne cavò un grosso pezzo, grande quanto una grossa mela.

Poi appoggiò il coltello, e afferrando il pezzo con due mani, cominciò a mangiare, prima che qualcuno lo vedesse.

 

 

VERSIONE IN LINGUA FRIULANA

postato da: gelostellato alle ore 23:25 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: mare, racconti, fantascienza, lignano, palazzolo dello stella

Chi sono

Utente: gelostellato
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Questi racconti brevi si dovrebbero leggere in 100 secondi o poco più.
Nascono spesso da una foto e di solito hanno una corrispondente versione in lingua friulana.
Le foto sono mie e sono descritte nella sezione multimedia; potete utilizzarle come vi pare e piace.
Non c'è regolarità nella pubblicazione: sono storie scritte di getto, o come passatempo. A volte sono imperfette, ma spero siano comunque godibili.
Commenti, consigli, insulti e saluti sono sempre graditi.
Buona lettura
R.


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