100secondi

storie che si leggono in un sorso
venerdì, 21 marzo 2008

LAIPOD

Torsa 22-02-2008

Mi è sempre piaciuto passare un po' di tempo in solitudine. Raccogliere le mani con le tasche e bighellonare senza meta, privandomi del contatto con le cose di ogni giorno. Se fossimo in zona Sol Levante la potreste chiamare meditazione, ma qui siamo in oriente sì, ma dell'Italia, e il nirvana si raggiunge con qualche “taglio” e una manciata di bestemmie, piuttosto che con l'Om.
Eppure, anche con l'idea che non dovrei sprecare così il tempo, quando le giornate sono stressanti, riempite di gente riempita di problemi, continuo a farlo. Mi rilassa. Spesso, anche a ore improbabili, faccio un giro per la campagna, magari costeggiando l'argine di qualche torrente di sorgiva, gli stessi che da piccolo, erano mare per le mie nuotate.

Ieri, tanto per raccontarvene una, stavo costeggiando il Torsa, seguendo uno di quei sentieri ciclabili, che da un po’ di anni a questa parte sono diventati i migliori amici delle amministrazioni comunali. Il sentiero comincia vicino al cimitero e prosegue fino all’altro lato del paese, o viceversa, dipende da dove partite. Fatto sta che la notte, vuoi per i rami che paiono formare una galleria, vuoi per le voci della primavera che bisbigliano, è parecchio suggestivo, tanto da spaventare.
Infatti ieri, quando ho raggiunto le panchine di legno che il gruppo degli alpini ha allestito in mezzo alla boscaglia, per poco non mi prendeva un colpo quando ho scorto il profilo di un giovanotto, sorgere dal buio.
Se ne stava seduto come un bonzo, fumando con lo sguardo perso sull’acqua e sui giochi delle correnti. Ok, mi son detto, è sabato sera, ma sono anche le due di notte! Va bene per sorprendere due fidanzatini a districarsi tra cambio e cruscotto, ma incortrare un tizio, coi capelli grossi come serpi, tutto solo, immobile più di un sasso, non è certo cosa di ogni giorno!

Che stia poco bene? Magari aveva bisogno d’aiuto. Per questo mi sono avvicinato senza far rumore, non volevo spaventarlo. Macchè! Quello nemmeno se arrivavo a capriole si accorgeva di me! Mi sono seduto al suo fianco e non se n’è nemmeno accorto! Che fosse sordo?
L’ho capito solo dopo, che aveva sprofondato le orecchie in uno di quei moderni aggeggi che vanno tanto di moda tra i giovani d’oggi. Laipod, mi pare si chiamino.
Forse è per quello che ha reagito così. Appena gli ho appoggiato la mano sulla schiena ha gridato e si è voltato di scatto. Ha spalancato gli occhi che parevano due palline da ping pong, si è alzato ed è corso via come un pazzo, dimenticandosi persino quell’arnese che fa musica.
Ah… mi son detto, quanti problemi hanno i giovani d’oggi… Proprio non riesco a capirli. Così ho raccolto il laipod e me ne sono andato per la mia strada.
 

***

 
– Merda merda merda! Sporcatrottola se non l’ho visto! Non era mica ubriaco, sporcocane!
– Mavvaiacagare, coglione! Ma smettila con quei cannoli!
– Ma sporcamerda! Dovete credermi! Non fate gli stronzi! Sennò che amici di merda siete! Lo giuro sul berretto di Bob Marley! Quello era un fantasma, cazzo!
– Piero! L’unico fantasma qui, è il tuo cervello! Su dai, ti accompagnamo noi, che domani mattina non ne trovi certo due.
– Vabbè dai, ok, forse avete un po’ ragione. Chissà che cosa ho visto…
Così, alle tre del mattino, facendosi luce con i cellulari, erano tutti a testa bassa, a cercare l’i-pod di Piero in mezzo ai rovi e alle erbacce. Non potevano accorgersi che un bagliore li stavo osservando, dal folto del bosco, vicino a un paio di cuffie sospese a mezz’aria.

postato da: gelostellato alle ore 10:06 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: racconti, fantasmi, alberi, torsa
mercoledì, 12 marzo 2008

SBILF

Chiesetta votiva 28 febbraio 2008– Su, su signore, mi racconti. Sa… abbiamo molto lavoro qui al comando.
– Eh… non so proprio da che parte iniziare, signor Caporale… – esordì il vecchietto, strascicando le parole, figlie di una voce ruvida e catarrosa.
– Beh, innanzitutto non sono caporale, – lo corresse il giovane carabiniere, con educazione – e poi, che ne dice di comiciare a raccontare quel che è successo dall’inizio?
Il nonnino allora, restando rintanato nel cappotto, si sistemò sulla sedia e appoggiò il cappello sulle ginocchia.
– Lei ha presente quella specie di piccolo altare votivo fra Basaldella e Carpeneto?
– Mmm… sì… abbastanza… – cincischiò l’altro, mentendo.
– Ecco! Io faccio quella strada lì, quando c’è nebbia, come oggi. L’ho fatta anche un’ora fa. Sa, meglio non rischiare con la mia vecchia Cinquecento.
– Eh sì, ha proprio ragione… ma su, mi dica? Cosa le è successo? Ha visto qualche straniero con l’aria da poco di buono?
– Ecco Brigadiere… straniero non so… ma per quel che mi ha combinato, quello là, è proprio un mascalzone!
– Eh, mi spiace, ma non sono neanche brigadiere. Comunque avanti avanti… mi racconti. – lo invitò, cominciando a prendere sul serio la questione.
– Allora, – cominciò il vecchietto, scatarrando prima nel fazzoletto e ficcandoselo in una manica – mi ero fermato davanti a questo altare, per dire un’Ave Maria, e ho sentito una voce chiamarmi dal buio.
Il carabiniere lo ascoltava solo con mezzo orecchio, scartabellando verbali e multe. Il vecchietto gli riusciva simpatico, ma non poteva certo perderci il pomeriggio.
– Insomma… – continuò quello – Mi sono visto sbucare da una crepa del muro un omuncolo! Piccolo, sporco, brutto, con la faccia piena di rughe e bozzi e le orecchie più appuntite di una lepre!
“Salve!” Mi ha detto euforico. E io che avrei dovuto fare, signor Maresciallo? Ovviamente ho ricambiato il saluto!
– E poi? – gli chiese il carabiniere, ormai convinto di avere a che fare con un folle, e senza specificare che non era nemmeno un maresciallo.
– E poi gli ho chiesto chi era, no. Che domande! E sa cosa mi ha risposto? “Uno sbilf!” Al che giustamente gli ho fatto presente che il suo posto è in Carnia, a far dispetti ai cjargnelli! E lui sa cosa mi ha detto, signor Colonnello?
– Cosa? – fece il carabiniere, scuotendo il capo, a quell’ennesimo impertinente grado militare.
– Mi ha detto: “Tanto per cominciare faccio sparire l’auto a te! E per i compaesani ci penserò.” E come mi sono voltato per controllare, la mia Cinquecento bianca era già scomparsa!
– Aha! – esclamò il carabiniere, mostrando finalmente un po’ d’interesse – Ma allora come ha fatto ad arrivare fin qui? Si è fatto accompagnare?
– Certo che no! Sono venuto con la mia Cinquecento.– gli rispose il vecchietto, meravigliato.
– Ma non l’aveva rubata lo sbilf?
– Nooo, non rubata! Fatta sparire! È diverso eh.
– Un’automobile invisibile allora?
– Beh… magari non so se del tutto invisibile. Perché io la vedo eh, sennò come farei a salirci!?
– Ah… Capisco… Mi scusi, mi scusi… – fece il carabiniere, conciliante, mentre faticava a trattenere le risate – E cosa possiamo fare quindi? Vuole che facciamo una denuncia per “scancellazione di veicolo?”
– Ecco sì! Proprio quella ci vuole! Vi serve il mio nome vero?
– Eh già. Lei è il signor…
– Beppino!
Il carabiniere scrisse su un A4 “BEPPINO” e poi, con educazione disse al vecchietto che adesso poteva andare, e che avrebbero fatto ricomparire la sua auto al più presto.
Appena ebbe lasciato il comando, scoppiò a ridere!
La risata si affievolì, però, quando sbirciando Beppino dalla finestra, lo vide allontanarsi sospeso a mezz’aria, come se guidasse davvero un’auto invisibile!
Avrò avuto un’allucinazione, pensò stropicciandosi gli occhi, con mezza risata ancora attaccata alla faccia. Ma anche quella mezza scomparve, quando si accorse che la sua Golf, nuova di zecca, era sparita.

postato da: gelostellato alle ore 17:43 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: racconti, nebbia, basaldella, sbilfs, carpeneto
domenica, 02 marzo 2008

ROVI

2008 02 04 030

Da quando aveva comprato lo stereo nuovo, Alfredo si svegliava in preda all’euforia. Aveva scoperto una funzione che gli permetteva di far partire, al momento opportuno, una qualsiasi canzone del cd che sceglieva. Amava così tanto alzarsi ascoltando “Mueç” dei Pantan che puntava la sveglia anche nei week end.
Da qualche mese, poi, abitava in periferia e la casa più vicina stava di fronte alla finestra della sua camera, lontana una cinquantina di metri.
E proprio quella finestra, una domenica mattina, fu quella che Alfredo scoprì piena di rovi.
Da non crederci. Non c’era più traccia del vetro, sostituito da un groviglio di sterpi. Probabilmente stava sognando, si disse, ed era ancora notte fonda.
Certo, aveva bevuto un paio di birre di troppo, la sera prima, ma questo non spiegava quella spinosa visione alla finestra.
Si stropicciò gli occhi e afferrò il cellulare, per guardare l’ora. Le undici e mezza! Puttanissima miseria, disse ad alta voce, non può essere ancora buio!
Qualcosa non quadrava.
Schizzò dal calduccio delle coperte come uno sputo e si avvicinò a quei rovi. Alcuni erano grossi quanto una biscia, altri parevano la coda di una pantegana, ma a parte le spine, aguzze e tendenti al rosso, sembravano proprio dei normalissimi rovi. Ma che ci facevano lì?
Alfredo non era una persona curiosa, ma a quel punto gli sorse un dubbio terrificante: s’infilò i vestiti e corse a sbirciare dalla porta d’ingresso, che dava sulla strada.
Tutto normale. Asfalto, luce del sole, automobili incazzate e paciose signore, che calcolavano il ritardo opportuno per svicolare dalla lunga omelia di Don Giacomino.
Lo stereo continuava a suonare.
Rassicurato, si fece prendere dalla curiosità, e afferrate un paio di cesoie cominciò a potare quella spinosa capigliatura vegetale, con l’intenzione di uscire dalla finestra e ricavare una galleria. Si scorticò le mani e il viso, strappando e tagliando fino a stufarsi. Dopo essere uscito dalla finestra aveva ricavato da quei rovi una galleria lunga un centinaio di metri. Impossibile, continuava a ripetersi, non aver incontrato la casa dei suoi vicini. Si fermò a pensare, stanco e dolorante.
Meglio lasciar perdere e cercare qualcuno con un decespugliatore.
Tornò indietro, in un intrico che già stava via via ricrescendo.
Ripose le cesoie nel cassetto degli attrezzi, spense lo stereo e indossò il giubbotto.
Appena aprì la porta d’ingresso si fermò, come se avesse dimenticato qualcosa.
Aveva di fronte un altro impenetrabile muro di rovi.



ROVI: VERSIONE IN FRIULANO

postato da: gelostellato alle ore 15:13 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: racconti, rovine, pocenia, eventi soprannaturali

Chi sono

Blogger: gelostellato
Nome: gelostellato

Questi racconti brevi si dovrebbero leggere in 100 secondi o poco più.
Nascono tutti da una foto e hanno una corrispondente versione in lingua friulana.
Le foto sono mie e sono descritte nella sezione multimedia; potete utilizzarle come vi pare e piace. (Io le uso come sfondo del desktop finchè non mi ispirano la storia, poi le cambio).
Non c'è regolarità nella pubblicazione: sono storie scritte di getto e sono imperfette, ma spero siano comunque godibili.
Commenti, consigli, insulti e saluti sono sempre graditi.
Buona lettura
R.


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