100secondi

storie che si leggono in un sorso
martedì, 15 aprile 2008

GELO

Sclaunicco marzo2008

La prima volta che li vide, Silvia rimase incantata, come una mosca che vede per la prima volta il mare. I riflessi del sole correvano da un germoglio all’altro, creando giochi di luce tra le minuscole stalattiti di ghiaccio, che scendevano dai rami.
Forse, ripensò molto tempo dopo, già quella volta aveva udito una specie di lamento, intrecciato al ritmico cic cic cic
spruzzato dall’irrigazione. Era però troppo sbalordita per prestarvi attenzione ed era corsa a casa, da suo padre, a chiedere il perché di quella meraviglia.
– È per la gelata – gli rispose quello, con un sorriso bonario sepolto dai baffi – altrimenti tutti i germogli muoiono e il prossimo anno le pesche le vai a chiedere alla Strega Pampaluna!
Diceva sempre così, quando la voleva prendere in giro.
In ogni caso Silvia ne aveva capito abbastanza da potersi fiondare su google, anche perché, come aveva intuito da qualche anno, la Strega Pampaluna non esisteva. Pampaluna non era nient’altro che un paese della Bassa! Era così che aveva scoperto come si possono preservare i germogli degli alberi da frutto dal gelo, innaffiandoli durante le ore di freddo più intenso.
 

L’anno successivo il freddo si era fatto sentire di nuovo, ad aprile. Silvia si era subito organizzata: sveglia all’alba, digitale in tasca, e via verso i filari di peschi, alla periferia del paese.
Era così rapita da quelle ragnatele di ghiaccio, tese da foglia a foglia, che quasi non udì una voce che si lamentava, provenire dall’interno del pescheto.
Scostò nervosamente una ciocca di capelli scuri dalla fronte. Chi o cosa poteva essere? E perché guaiva in quel modo? Sbirciò in mezzo ai riverberi e al gocciolio, ma non vide nulla. Quel terreno si allungava per quasi mezzo chilometro.
Potrebbe essere qualcuno che si è fatto male? pensò, e senza attendere oltre si incamminò in direzione dei lamenti. Quando giunse alla fine del pescheto stentò a credere ai propri occhi: sotto la gelida pioggia artificiale, rannicchiata contro un tronco, c’era una bambina che le rivolgeva la schiena, nuda e bianca come uno cencio. Era scossa da capo a piedi da un tremito fortissimo.
 

L’indomani Silvia era di nuovo lì e appena scesa dalla bici aveva già sentino quel piagnucolio. Che altro poteva fare, se non tornare a vedere? Il giorno prima era rincasata fradicia e inzaccherata fino alle ginocchia e a casa aveva mentito, dicendo d’essere caduta.
Che altro poteva dire? Che aveva visto un bambina nuda e piangente in mezzo al pescheto? Che però era scomparsa appena le si era avvicinata? L’avrebbero presa per matta!
Meglio comportarsi come una buona friulana: tenersi tutto dentro e andare avanti.
Certo, questo non voleva dire far finta di niente. Per questo era tornata, anche se stavolta, armata di ombrello e anfibi. Trovò la bambina nella stessa posizione che piagnucolava allo stesso modo. Si avvicinò e questa volta non si dissolse, così la toccò con la punta dello scarpone.
– Ehi… bambina… stai bene? – le aveva chiesto con un timore sferzato dalla curiosità.
Nulla. La poveretta continuava a singhiozzare, con la faccia dentro le mani.
Silvia, lacrime o non lacrime, non digeriva che qualcuno non le rispondesse, così abbandonò ogni indugio, appoggiò l’ombrello a terra e si chinò. Non appena toccò la piccola fu colta da una violentissima scossa e la vista le si annebbiò, lasciandola nella semi incoscienza.
 

Si riprese accorgendosi di essere nuda e battendo i denti per il freddo.
Appena ritornò in sé scorse una bambina che la osservava, rinchiusa da una prigione di ghiaccio. Vestiva un grembiule di quelli che si portavano alla scuola elementare, tanti anni prima. Solo quando strizzò gli occhi per metterla a fuoco la riconobbe. Era la figlia di Alfredo, quello che abitava poco distante. Se la ricordava ancora bene. Era scomparsa parecchi anni prima e nessuno l’aveva mai più trovata. Se n’era occupato persino “Chi l’ha visto”!
In quello la bimba, che la stava osservando senza aprir bocca, si girò e corse via.
Nel pescheto rimase solo un ombrello, poggiato a terra, ancora aperto.

 

 


VERSIONE IN FRIULANO

postato da: gelostellato alle ore 13:51 | link | commenti (21) | commenti (21)
categorie: alberi, gelo, eventi soprannaturali, sclaunicco
sabato, 05 aprile 2008

NOVECENTO EURO


piazza s giacomo

Voi fûr a bevi un cafè – bofonchiò Beppino verso sua moglie, zoppicando sul bastone e chiudendosi la porta alle spalle.
Bruna non gli rispose. Era l’ora delle telenovele e da quando l’artrosi le rosicchiava le ginocchia passava tutti i pomeriggi sulla poltrona, immobile, non sempre con la televisione accesa.
Avevano quasi settant’anni, novecento euro di pensione e un figlio che da quando aveva perso il lavoro divideva i giorni in birra e sigarette. Ingenuamente l’avevano chiamato Angelo.
Appena fuori cercò di sistemarsi il cappello sulla pelata, ma l’impetuoso tremito alle mani glielo impedì, riportandolo al pensiero che lo tormentava.
Li avrebbe uccisi entrambi quella sera; poi avrebbe trovato il coraggio per seguirli.
Attraversò piazza Matteotti. Era una ragnatela di voci. Le panche di legno tarlate avevano ceduto il posto a sedie di plastica appiccicosa; lo spritz era passato dal suo bicchiere a quello di giovanotti che parlavano di esami e fantacalcio. Udine si faceva bella, sbattendogli in faccia la sua vecchiaia e la sua povertà.
Tutti passeggiavano con una borsa in mano, un telefono in tasca, un sorriso sulla faccia. Lui, invece, non avrebbe mai visto nemmeno uno di quei grandi centri commerciali, con quelle offerte convenienti, che coloravano l’ultima pagina del Messaggero.
Passò davanti alla vecchia osteria senza fermarsi. Non lo faceva da settimane, perché non se lo poteva più permettere: un caffè costava più di un euro.
Un tempo aveva una casa, un’auto, delle ragioni per guardare le vetrine. Poi aveva rinunciato a tutto, anche al riscaldamento, e adesso bagnava il sapone e lo metteva a seccare, perché durasse di più.
Eppure aveva sempre lavorato. Operaio edile, di quelli bravi, che tirano su un muro in mezza giornata. Di quelli che il capocantiere chiamava per un consiglio. E non aveva mai chiesto niente a nessuno, lui. Nemmeno quando a Bruna serviva la dentiera, o Angelo aveva sfasciato l’auto.
Ma quel giorno era appena il venti del mese e nel cassetto dei calzini erano rimasti solo dieci euro. Li aveva presi prima di uscire, e aveva preso la sua decisione.
Si guardò ancora le mani. Il tremito pareva aumentare di giorno in giorno, anche se il vigore delle braccia non l’aveva mai abbandonato.
Pensò alla confezione di sedativi che aveva lasciato nella credenza. Un campione omaggio del suo medico, che non aveva mai aperto. Quella sera, per cena, c’era il minestrone, ed era sempre lui che portava i piatti in tavola. Bruna s’incantava davanti ai quiz, e Angelo rientrava solo per guardare Striscia la notizia. Li avrebbe strangolati nel sonno.
Alle sette s’incamminò verso casa. Usò gli ultimi dieci euro per comprare dei Gratta e Vinci, con lo sguardo di chi si getta da un aereo con un ombrello aperto. Non vinse.
Quando aprì la porta sentì l’inequivocabile odore della cena. I piatti fumanti erano già in tavola.
– Ciao papà – disse Angelo, sbucando dalla porta della cucina.
Ce sucedie? Ce mût mai tu âs fat di cene? – disse Beppino, stupito.
– Così... Ho pensato che posso dare una mano a casa, finché non trovo lavoro.
Ah…grassie – borbottò sedendosi, con malcelato disappunto.
– Figurati! – continuò Angelo con una voce querula. – Devo darmi da fare! Non possiamo certo andare avanti in tre con le vostre pensioni.
Beppino portò alla bocca il primo cucchiaio, mentre Angelo lo guardava di sottecchi. Bruna, di schiena, continuava a fissare la tv. Il minestrone aveva un sapore strano, quasi amaro.
Appoggiò il cucchiaio e si alzò, dicendo che andava a lavarsi le mani. Mentre il rubinetto scorreva, guardò nella credenza: i sonniferi non c’erano più.
Tornò nella sala da pranzo, Angelo teneva gli occhi bassi. Li sollevò solo quando lo vide assaggiare il minestrone di sua madre. Sapeva che il sapore era diverso.
Si guardarono negli occhi, poi Beppino sostituì il suo piatto con quello di Bruna e si sedette.
– Vieni mamma, che si fredda.
Bruna li raggiunse, e nel silenzio rotto dai cucchiai, cominciarono a mangiare.


Note: racconto scritto per il Romanoir, pensato in friulano e scritto in italiano. Naturalmente trombato al concorso, anche se personalmente, nella sua brevità, lo continuo a trovare bello. La sua versione friulana, che trovate qui, forse rende ancora di più.
postato da: gelostellato alle ore 15:32 | link | commenti (13) | commenti (13)
categorie: noir, piazze, udine

Chi sono

Blogger: gelostellato
Nome: gelostellato

Questi racconti brevi si dovrebbero leggere in 100 secondi o poco più.
Nascono tutti da una foto e hanno una corrispondente versione in lingua friulana.
Le foto sono mie e sono descritte nella sezione multimedia; potete utilizzarle come vi pare e piace. (Io le uso come sfondo del desktop finchè non mi ispirano la storia, poi le cambio).
Non c'è regolarità nella pubblicazione: sono storie scritte di getto e sono imperfette, ma spero siano comunque godibili.
Commenti, consigli, insulti e saluti sono sempre graditi.
Buona lettura
R.


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