100secondi

storie che si leggono in un sorso
sabato, 17 maggio 2008

SEI DI SEI

Bosco Romagno - aprile 2008Era passata da poco la mezzanotte quando un tramestio di piccoli passi attraversò il buio. Una specie d’animaletto correva velocissimo e senza guardarsi indietro, sfiorando appena l’asfalto. A vederla attraversare la strada, illuminata dai fari di un’automobile, la si sarebbe potuta scambiare per una grossa donnola.
La bestiola, giunta all’entrata del Bosco Romagno, equamente spartito tra i comuni di Prepotto, Cividale e Corno di Rosazzo, si diresse senza indugio verso destra, schizzando sopra le panchine e i ruscelli fino a fermarsi in mezzo a una radura, dove sei alberi secolari formavano una sorta di cerchio.
Solo nel momento in cui si arrestò assunse le sue vere sembianze. Era uno sbilf, uno dei più vecchi di tutto il Friuli e cominciò subito a bussare, con i suoi piccoli artigli, a ognuno di quegli enormi alberi. Bussava per tre volte, girando come la lancetta di un orologio impazzito.
Completato per sei volte il giro, il buio notturno, già rischiarato dalla luna, si attenuò ulteriormente, per un riverbero che promanava da ogni tronco.
Fu sul più sottile di essi che cominciò il prodigio. In mezzo all’edera che lo ricopriva, metri e metri sopra le radici, cominciò a spuntare un ligneo gonfiore, che ben presto assunse la forma di un volto, scuro e pieno di rughe. Di lì a poco, come una vena che vuol fuggire dalla sua corteccia, prese forma un corpo intero. Era un corpo femminile, magrissimo e alto diversi metri, che una volta tramutatosi in carne e ossa, prese a spazzolarsi con le mani il lungo vestito nero.
– Delle Sei io sono la Lungje! – aveva esclamato con voce gracchiante, lasciando subito trapelare un numero di anni che superava abbondantemente le due cifre.
L’eco di quelle parole non fece in tempo a sciogliersi che dal tronco di fronte la scena si ripetè, con l’unica differenza che a comparire, fuoriuscendo dal legno, fu una vecchietta alta quanto un bambino di due anni.
– Delle Sei, io sono la Curte! – aveva gridato con una voce acutissima, roteando le piccole braccia.
– Delle Sei, io sono la Gruesse!
– E delle Sei, io sono la Stuarte!
Le altre voci erano giunte quasi all’unisono da due figure, anch’esse vestite di nero, spuntate da altri due alberi. Una era sghemba in tutto: un braccio corto e uno lungo, un occhio su e uno giù, un orecchio minuscolo e l’altro enorme. Persino i denti erano alternati per forma e colore. L’altra invece, pareva una donna incinta di una donna incinta. Era un coacervo così stretto di pieghe e grassezze che si faticava a capire dove cominciasse il collo e dove i piedi.
Lo sbilf, tiratosi in disparte, si godeva lo spettacolo della trasmutazione, meravigliandosi per l’ennesima volta, nonostante lo vedesse a ogni plenilunio. Inoltre mancavano ancora le ultime due streghe, che non solo erano le più vecchie, ma anche le più giocose e potenti.
Ed ecco infatti, che per non deludere il loro fidato spettatore, lasciarono trascorrere qualche secondo prima di passare dal legno alla carne. La prima fu la Gobe, che sbucò dal proprio tronco rotolando e rimbalzando come un pallone, gridando il suo nome prima ancora d’arrestarsi. L’ultima, com’era sua abitudine, utilizzò una coreografia a dir poco fantasiosa. Comparve prima come una singola foglia, e cominciò a rincorrere e attaccarsi a tutte le altre, in un turbinio infernale, che di lì a poco si raccolse nell’immagine di una vecchietta tenera e gentile. Pareva avere ben poco da spartire con le altre.
– Delle Sei, io sono la Ledrose – tuonò con una voce di un timbro insospettabile, tanto da far precipitare due civette che stavano svolazzando nei paraggi.
– Come sempre la più spocchiosa, eh? – disse la Gobe, piegando il collo verso l’alto.
– Certo! Sono o non sono la più anziana?
– E la più vanitosa! – aggiunse la Curte, con un vocina leggerissima.
– Avete sentito qualcosa? – ribattè lei ironica – C’è forse un gattino che piange, nelle vicinanze?
Scoppiarono tutte a ridere, ciarlando e scatarrando. Parevano un capannello di ragazzine al ritorno dalla messa, ed era una situazione che avevano vissuto per davvero, decenni addietro.
Continuarono così per un po’, stuzzicandosi a vicenda sui reciproci difetti, mentre lo sbilf ghignava come un ossesso. Poi smisero di colpo, perché era venuto il momento di rinnovare l’incantesimo che legava le loro vite a quella del legno.
Così, fino al bussare dell’aurora, le streghe del Collio ballarono e cantarono, facendo sfoggio dei loro poteri.
La Curte si arrampicò sul ramo più alto e cominciò a volare da un albero all’altro, diventando di volta in volta un volatile diverso: ora un barbagianni, ora un falco; ora una stormo di passeri, ora uno di cornacchie. La Lungje, invece, colorandosi di verde e giallo, cominciò a strisciare sull’erba, tramutandosi in una serpe gigantesca, di cui l’uomo aveva ormai perso la memoria.
La Gruesse e la Stuarte cominciarono a giocare a palla, lanciandosi una lepre da un lato all’altro della radura. Poi ne aggiunsero un’altra, poi un fagiano. In breve sopra quel prato, in un frullare di piume e pelo, volteggiavano rospi e scoiattoli, vipere e lucertole, talpe e toporagni. A un certo punto, con gli occhi spalancati per la sorpresa, persino volpi e cinghiali.
La Gobe e la Ledrose, in mezzo a questo caos, rimanevano sedute, sospese a mezz’aria, recitando antiche litanie che a un friulano d’altri tempi, mescolavano parole tedesche e slave. A sorreggerle, una nube scura di ragni e formiche, che in un brusio assordante, si muovevano attorno e dentro i loro vestiti.
E furono proprio loro due, prima che il buio fuggisse del tutto, a ritirarsi per prime dentro il loro albero, seguite subito dalle altre, lasciando il bosco nella quiete, come una pozzanghera dopo che ha conosciuto un sasso.

VERSIONE FRIULANA
postato da: gelostellato alle ore 15:15 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: racconti, alberi, streghe, cividale del friuli, sbilfs, prepotto, corno di rosazzo
lunedì, 12 maggio 2008

Racconti per blogger

VUOI ESSERE UNO DEGLI AUTORI DELLA PROSSIMA ANTOLOGIA LAS VEGAS?

Partecipa al nostro gioco, bello bello in modo assurdo.

Las Vegas edizioni (www.lasvegasedizioni.com) ti mette a disposizione il suo scintillante casinò letterario e un gioco completamente gratuito per mostrare il tuo talento.
Il premio? Potrai essere uno degli autori della prossima antologia di Las Vegas!

REQUISITI: possedere un sito o un blog. (Non hai un blog? Quale migliore occasione per aprirne uno!)

ISTRUZIONI: per partecipare alla prima selezione devi:
1) pubblicare questo post (esattamente così com’è) nel tuo
sito o blog. L’originale del post che devi ricopiare è qui [http://lasvegasedizioni.splinder.com/post/16142956/%21%21%21%21%21];
2)
mandare a gioco(at)lasvegasedizioni.com l’indirizzo (l’url, quella cosa che comincia con “http://”) del post di cui sopra, più quello di un altro post – uno solo: quello che più rappresenta il tuo stile e la tua volontà di scrivere – che vuoi sia letto e valutato dall’arcigno croupier. Non inviare nessun altro tipo di materiale. Sul blog di Las Vegas edizioni, www.lasvegasedizioni.splinder.com, saranno indicati, via via, tutti i partecipanti;
3) aspettare nuove istruzioni.

TEMPI: la prima selezione terminerà quando avremo raggiunto materiale a sufficienza (la scadenza verrà annunciata con qualche giorno di preavviso sul blog di Las Vegas). Se avrai giocato le carte giuste, sarai contattato per partecipare alla seconda fase.

PREMI:
il premio finale, al termine delle varie selezioni, è la pubblicazione nella prossima geniale antologia targata Las Vegas.

Signore e signori, fate il vostro gioco!

postato da: gelostellato alle ore 18:37 | link | commenti | commenti
categorie: concorsi
sabato, 03 maggio 2008

TRAVESTIMENTI

Risiera di S. Sabba - aprile 2008– Di là! – aveva sentito gridare alle sue spalle, da quei due individui pieni di piercing e svastiche.
Lo avevano rincorso per mezza città, dopo averlo stanato dal suo giaciglio di cartone: sembravano due gatti che giocano con un piccolo sorcio, senza fretta di ucciderlo.
Per un momento aveva pensato di averli seminati, svoltando in via Valmaura, ma appena girato l’angolo aveva udito il rumore dei passi che continuava a rincorrerlo, mescolato alle voci che minacciavano botte e sangue, per i parassiti come lui.
Non aveva ben capito come poteva essere finito in quella zona, perché non aveva ancora dimestichezza con le strade di Trieste. Poco male, aveva pensato, quando si scappa le direzioni non sono che un dettaglio. Così era capitato nelle vicinanze della Risiera, col respiro che gli usciva dalla gola a fiotti, e si era infilato dentro il lungo androne d’ingresso, circondato da quei muri altissimi, che terminava con un portone chiuso. Normale, a quest’ora della notte, aveva ragionato tra sé.
Si era accucciato sulla sinistra, dove il muro lasciava spazio alla rientranza che portava ai bagni, anch’essi chiusi a chiave. Alla fine la merda finisce sempre in un cesso, aveva pensato con ironia, tendendo l’orecchio all’eco degli anfibi di quei due delinquenti che si avvicinava.
Lo videro quasi subito, anche al buio: Alfonso non passava certo inosservato, col suo metro e novanta vestito di stracci e pidocchi.
I due si parlavano in una lingua che non riusciva ancora a capire, ma la testa rasata e i calci nelle costole, sferrati mentre ridevano e gli sputavano addosso, valevano più delle parole.
A un tratto, quando uno dei due, il più grosso, prese la rincorsa per colpirlo con un calcio in pieno viso, Alfonso aveva capito quel che c’era da capire.
– E così – aveva sibilato alzandosi in piedi e afferrando la gamba che stava per colpirlo con una mano – voialtri non gradite i poveretti come me?
Il giovane era rimasto bloccato con la gamba per aria, cominciando a saltellare sull’altro piede per non perdere l’equilibrio. Il suo compare intanto se la rideva, pregustando il rumore delle ossa che avrebbero spaccato a quel ridicolo senzatetto che gli dava contro.
Ma non ci fu tempo che per qualche pensiero. Alfonso, mostrando una rapidità fuori del comune, colpì il ginocchio del naziskin con una gomitata secca, piegandolo contro natura, come un compasso aperto fino a spezzarsi. Quello ebbe a malapena il tempo di cominciare a gridare, sentendo i suoi legamenti saltare in quel modo. Mentre l’altro alzava inebetito una mano, come a voler fermare quel che stava accadendo, Alfonso aveva cavato dalla sua lunga barba, grigia e incrostata, un pugnale sottilissimo, quasi come una scheggia d’argento, e aveva colpito la sua preda in mezzo alla bocca spalancata.
Il corpo si era accasciato col rumore di una coperta bagnata, mentre il secondo nazi si scagliava a sua volta contro quel barbone impazzito, accompagnato dallo scatto di un coltello a serramanico.
Alfonso si scostò dal colpo con un balzo, e prima che il suo assalitore avesse il tempo di reagire lo colpì alla tempia con lo stiletto, facendogli schizzare fuori l’occhio sinistro. Solo in quell’istante, mentre il bulbo gli penzolava dalla faccia come un macabro pendaglio, comprese l’identità di quel vecchio barbone che li aveva appena uccisi.
Dopo aver colpito anche quel secondo nemico, Alfonso si era guardato in giro e aveva sospirato. Non c’era nessuno. Senza perdere tempo cosparse i corpi con una polvere presa da un sacchetto che teneva in tasca, poi pronunciò tra i denti una serie di parole, che ormai era uno dei pochi a conoscere. Nell’istante in cui terminò la sua litania una fiamma verde e bluastra si sollevò dai due cadaveri e cominciò a divorarli. In meno di un minuto i corpi dei due naziskin mutarono in quelli di due vecchiette ingobbite, incredibilmente magre e minute.
Le streghe dell’est bruciarono così, rapidamente, con un fuoco freddo e privo di fumo, come la cattiveria che erano abituate a diffondere. Con quelle due erano già cinque, in pochi mesi.
Alfonso, mentre riponeva il sacchetto con la polvere di cipolla, era rimasto ancora qualche attimo a fissare quei corpi, pur sapendo che in pochi secondi non sarebbe rimasto che un mucchietto di polvere. Poi si era voltato incamminandosi verso la strada, ricominciando a zoppicare e sistemando il coltello d’argento dentro la sua lunga barba, facendo attenzione a non schiacciare i pidocchi.
Per lui, uno fra gli ultimi benandanti, un buon travestimento era fondamentale.


VERSIONE IN FRIULANO
postato da: gelostellato alle ore 15:07 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: racconti, streghe, trieste, benandanti

Chi sono

Blogger: gelostellato
Nome: gelostellato

Questi racconti brevi si dovrebbero leggere in 100 secondi o poco più.
Nascono tutti da una foto e hanno una corrispondente versione in lingua friulana.
Le foto sono mie e sono descritte nella sezione multimedia; potete utilizzarle come vi pare e piace. (Io le uso come sfondo del desktop finchè non mi ispirano la storia, poi le cambio).
Non c'è regolarità nella pubblicazione: sono storie scritte di getto e sono imperfette, ma spero siano comunque godibili.
Commenti, consigli, insulti e saluti sono sempre graditi.
Buona lettura
R.


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