100secondi

storie che si leggono in un sorso
sabato, 03 maggio 2008

TRAVESTIMENTI

Risiera di S. Sabba - aprile 2008– Di là! – aveva sentito gridare alle sue spalle, da quei due individui pieni di piercing e svastiche.
Lo avevano rincorso per mezza città, dopo averlo stanato dal suo giaciglio di cartone: sembravano due gatti che giocano con un piccolo sorcio, senza fretta di ucciderlo.
Per un momento aveva pensato di averli seminati, svoltando in via Valmaura, ma appena girato l’angolo aveva udito il rumore dei passi che continuava a rincorrerlo, mescolato alle voci che minacciavano botte e sangue, per i parassiti come lui.
Non aveva ben capito come poteva essere finito in quella zona, perché non aveva ancora dimestichezza con le strade di Trieste. Poco male, aveva pensato, quando si scappa le direzioni non sono che un dettaglio. Così era capitato nelle vicinanze della Risiera, col respiro che gli usciva dalla gola a fiotti, e si era infilato dentro il lungo androne d’ingresso, circondato da quei muri altissimi, che terminava con un portone chiuso. Normale, a quest’ora della notte, aveva ragionato tra sé.
Si era accucciato sulla sinistra, dove il muro lasciava spazio alla rientranza che portava ai bagni, anch’essi chiusi a chiave. Alla fine la merda finisce sempre in un cesso, aveva pensato con ironia, tendendo l’orecchio all’eco degli anfibi di quei due delinquenti che si avvicinava.
Lo videro quasi subito, anche al buio: Alfonso non passava certo inosservato, col suo metro e novanta vestito di stracci e pidocchi.
I due si parlavano in una lingua che non riusciva ancora a capire, ma la testa rasata e i calci nelle costole, sferrati mentre ridevano e gli sputavano addosso, valevano più delle parole.
A un tratto, quando uno dei due, il più grosso, prese la rincorsa per colpirlo con un calcio in pieno viso, Alfonso aveva capito quel che c’era da capire.
– E così – aveva sibilato alzandosi in piedi e afferrando la gamba che stava per colpirlo con una mano – voialtri non gradite i poveretti come me?
Il giovane era rimasto bloccato con la gamba per aria, cominciando a saltellare sull’altro piede per non perdere l’equilibrio. Il suo compare intanto se la rideva, pregustando il rumore delle ossa che avrebbero spaccato a quel ridicolo senzatetto che gli dava contro.
Ma non ci fu tempo che per qualche pensiero. Alfonso, mostrando una rapidità fuori del comune, colpì il ginocchio del naziskin con una gomitata secca, piegandolo contro natura, come un compasso aperto fino a spezzarsi. Quello ebbe a malapena il tempo di cominciare a gridare, sentendo i suoi legamenti saltare in quel modo. Mentre l’altro alzava inebetito una mano, come a voler fermare quel che stava accadendo, Alfonso aveva cavato dalla sua lunga barba, grigia e incrostata, un pugnale sottilissimo, quasi come una scheggia d’argento, e aveva colpito la sua preda in mezzo alla bocca spalancata.
Il corpo si era accasciato col rumore di una coperta bagnata, mentre il secondo nazi si scagliava a sua volta contro quel barbone impazzito, accompagnato dallo scatto di un coltello a serramanico.
Alfonso si scostò dal colpo con un balzo, e prima che il suo assalitore avesse il tempo di reagire lo colpì alla tempia con lo stiletto, facendogli schizzare fuori l’occhio sinistro. Solo in quell’istante, mentre il bulbo gli penzolava dalla faccia come un macabro pendaglio, comprese l’identità di quel vecchio barbone che li aveva appena uccisi.
Dopo aver colpito anche quel secondo nemico, Alfonso si era guardato in giro e aveva sospirato. Non c’era nessuno. Senza perdere tempo cosparse i corpi con una polvere presa da un sacchetto che teneva in tasca, poi pronunciò tra i denti una serie di parole, che ormai era uno dei pochi a conoscere. Nell’istante in cui terminò la sua litania una fiamma verde e bluastra si sollevò dai due cadaveri e cominciò a divorarli. In meno di un minuto i corpi dei due naziskin mutarono in quelli di due vecchiette ingobbite, incredibilmente magre e minute.
Le streghe dell’est bruciarono così, rapidamente, con un fuoco freddo e privo di fumo, come la cattiveria che erano abituate a diffondere. Con quelle due erano già cinque, in pochi mesi.
Alfonso, mentre riponeva il sacchetto con la polvere di cipolla, era rimasto ancora qualche attimo a fissare quei corpi, pur sapendo che in pochi secondi non sarebbe rimasto che un mucchietto di polvere. Poi si era voltato incamminandosi verso la strada, ricominciando a zoppicare e sistemando il coltello d’argento dentro la sua lunga barba, facendo attenzione a non schiacciare i pidocchi.
Per lui, uno fra gli ultimi benandanti, un buon travestimento era fondamentale.


VERSIONE IN FRIULANO
postato da: gelostellato alle ore 15:07 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: racconti, streghe, trieste, benandanti

Commenti
#1   03 Maggio 2008 - 21:45
 
hai una capacità di descrizione molto forte, l'impatto che ne deriva mi lascia quasi senza fiato, provo la stessa ansia dell'inseguito (come se vivessi la scena vedendola)....poi il colpo di scena finale, inaspettato, mi ha veramente spiazzato!

C'è una rabbia nuova in questo racconto, un senso di ribellione potente...
e poi a coronare il tutto sempre quel
tocco magico che ti accompagna...

Good Night!:-)
Chapucer
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Blogger: gelostellato
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Questi racconti brevi si dovrebbero leggere in 100 secondi o poco più.
Nascono tutti da una foto e hanno una corrispondente versione in lingua friulana.
Le foto sono mie e sono descritte nella sezione multimedia; potete utilizzarle come vi pare e piace. (Io le uso come sfondo del desktop finchè non mi ispirano la storia, poi le cambio).
Non c'è regolarità nella pubblicazione: sono storie scritte di getto e sono imperfette, ma spero siano comunque godibili.
Commenti, consigli, insulti e saluti sono sempre graditi.
Buona lettura
R.


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