100secondi

storie che si leggono in un sorso
sabato, 17 maggio 2008

SEI DI SEI

Bosco Romagno - aprile 2008Era passata da poco la mezzanotte quando un tramestio di piccoli passi attraversò il buio. Una specie d’animaletto correva velocissimo e senza guardarsi indietro, sfiorando appena l’asfalto. A vederla attraversare la strada, illuminata dai fari di un’automobile, la si sarebbe potuta scambiare per una grossa donnola.
La bestiola, giunta all’entrata del Bosco Romagno, equamente spartito tra i comuni di Prepotto, Cividale e Corno di Rosazzo, si diresse senza indugio verso destra, schizzando sopra le panchine e i ruscelli fino a fermarsi in mezzo a una radura, dove sei alberi secolari formavano una sorta di cerchio.
Solo nel momento in cui si arrestò assunse le sue vere sembianze. Era uno sbilf, uno dei più vecchi di tutto il Friuli e cominciò subito a bussare, con i suoi piccoli artigli, a ognuno di quegli enormi alberi. Bussava per tre volte, girando come la lancetta di un orologio impazzito.
Completato per sei volte il giro, il buio notturno, già rischiarato dalla luna, si attenuò ulteriormente, per un riverbero che promanava da ogni tronco.
Fu sul più sottile di essi che cominciò il prodigio. In mezzo all’edera che lo ricopriva, metri e metri sopra le radici, cominciò a spuntare un ligneo gonfiore, che ben presto assunse la forma di un volto, scuro e pieno di rughe. Di lì a poco, come una vena che vuol fuggire dalla sua corteccia, prese forma un corpo intero. Era un corpo femminile, magrissimo e alto diversi metri, che una volta tramutatosi in carne e ossa, prese a spazzolarsi con le mani il lungo vestito nero.
– Delle Sei io sono la Lungje! – aveva esclamato con voce gracchiante, lasciando subito trapelare un numero di anni che superava abbondantemente le due cifre.
L’eco di quelle parole non fece in tempo a sciogliersi che dal tronco di fronte la scena si ripetè, con l’unica differenza che a comparire, fuoriuscendo dal legno, fu una vecchietta alta quanto un bambino di due anni.
– Delle Sei, io sono la Curte! – aveva gridato con una voce acutissima, roteando le piccole braccia.
– Delle Sei, io sono la Gruesse!
– E delle Sei, io sono la Stuarte!
Le altre voci erano giunte quasi all’unisono da due figure, anch’esse vestite di nero, spuntate da altri due alberi. Una era sghemba in tutto: un braccio corto e uno lungo, un occhio su e uno giù, un orecchio minuscolo e l’altro enorme. Persino i denti erano alternati per forma e colore. L’altra invece, pareva una donna incinta di una donna incinta. Era un coacervo così stretto di pieghe e grassezze che si faticava a capire dove cominciasse il collo e dove i piedi.
Lo sbilf, tiratosi in disparte, si godeva lo spettacolo della trasmutazione, meravigliandosi per l’ennesima volta, nonostante lo vedesse a ogni plenilunio. Inoltre mancavano ancora le ultime due streghe, che non solo erano le più vecchie, ma anche le più giocose e potenti.
Ed ecco infatti, che per non deludere il loro fidato spettatore, lasciarono trascorrere qualche secondo prima di passare dal legno alla carne. La prima fu la Gobe, che sbucò dal proprio tronco rotolando e rimbalzando come un pallone, gridando il suo nome prima ancora d’arrestarsi. L’ultima, com’era sua abitudine, utilizzò una coreografia a dir poco fantasiosa. Comparve prima come una singola foglia, e cominciò a rincorrere e attaccarsi a tutte le altre, in un turbinio infernale, che di lì a poco si raccolse nell’immagine di una vecchietta tenera e gentile. Pareva avere ben poco da spartire con le altre.
– Delle Sei, io sono la Ledrose – tuonò con una voce di un timbro insospettabile, tanto da far precipitare due civette che stavano svolazzando nei paraggi.
– Come sempre la più spocchiosa, eh? – disse la Gobe, piegando il collo verso l’alto.
– Certo! Sono o non sono la più anziana?
– E la più vanitosa! – aggiunse la Curte, con un vocina leggerissima.
– Avete sentito qualcosa? – ribattè lei ironica – C’è forse un gattino che piange, nelle vicinanze?
Scoppiarono tutte a ridere, ciarlando e scatarrando. Parevano un capannello di ragazzine al ritorno dalla messa, ed era una situazione che avevano vissuto per davvero, decenni addietro.
Continuarono così per un po’, stuzzicandosi a vicenda sui reciproci difetti, mentre lo sbilf ghignava come un ossesso. Poi smisero di colpo, perché era venuto il momento di rinnovare l’incantesimo che legava le loro vite a quella del legno.
Così, fino al bussare dell’aurora, le streghe del Collio ballarono e cantarono, facendo sfoggio dei loro poteri.
La Curte si arrampicò sul ramo più alto e cominciò a volare da un albero all’altro, diventando di volta in volta un volatile diverso: ora un barbagianni, ora un falco; ora una stormo di passeri, ora uno di cornacchie. La Lungje, invece, colorandosi di verde e giallo, cominciò a strisciare sull’erba, tramutandosi in una serpe gigantesca, di cui l’uomo aveva ormai perso la memoria.
La Gruesse e la Stuarte cominciarono a giocare a palla, lanciandosi una lepre da un lato all’altro della radura. Poi ne aggiunsero un’altra, poi un fagiano. In breve sopra quel prato, in un frullare di piume e pelo, volteggiavano rospi e scoiattoli, vipere e lucertole, talpe e toporagni. A un certo punto, con gli occhi spalancati per la sorpresa, persino volpi e cinghiali.
La Gobe e la Ledrose, in mezzo a questo caos, rimanevano sedute, sospese a mezz’aria, recitando antiche litanie che a un friulano d’altri tempi, mescolavano parole tedesche e slave. A sorreggerle, una nube scura di ragni e formiche, che in un brusio assordante, si muovevano attorno e dentro i loro vestiti.
E furono proprio loro due, prima che il buio fuggisse del tutto, a ritirarsi per prime dentro il loro albero, seguite subito dalle altre, lasciando il bosco nella quiete, come una pozzanghera dopo che ha conosciuto un sasso.

VERSIONE FRIULANA
postato da: gelostellato alle ore 15:15 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: racconti, alberi, streghe, cividale del friuli, sbilfs, prepotto, corno di rosazzo
sabato, 03 maggio 2008

TRAVESTIMENTI

Risiera di S. Sabba - aprile 2008– Di là! – aveva sentito gridare alle sue spalle, da quei due individui pieni di piercing e svastiche.
Lo avevano rincorso per mezza città, dopo averlo stanato dal suo giaciglio di cartone: sembravano due gatti che giocano con un piccolo sorcio, senza fretta di ucciderlo.
Per un momento aveva pensato di averli seminati, svoltando in via Valmaura, ma appena girato l’angolo aveva udito il rumore dei passi che continuava a rincorrerlo, mescolato alle voci che minacciavano botte e sangue, per i parassiti come lui.
Non aveva ben capito come poteva essere finito in quella zona, perché non aveva ancora dimestichezza con le strade di Trieste. Poco male, aveva pensato, quando si scappa le direzioni non sono che un dettaglio. Così era capitato nelle vicinanze della Risiera, col respiro che gli usciva dalla gola a fiotti, e si era infilato dentro il lungo androne d’ingresso, circondato da quei muri altissimi, che terminava con un portone chiuso. Normale, a quest’ora della notte, aveva ragionato tra sé.
Si era accucciato sulla sinistra, dove il muro lasciava spazio alla rientranza che portava ai bagni, anch’essi chiusi a chiave. Alla fine la merda finisce sempre in un cesso, aveva pensato con ironia, tendendo l’orecchio all’eco degli anfibi di quei due delinquenti che si avvicinava.
Lo videro quasi subito, anche al buio: Alfonso non passava certo inosservato, col suo metro e novanta vestito di stracci e pidocchi.
I due si parlavano in una lingua che non riusciva ancora a capire, ma la testa rasata e i calci nelle costole, sferrati mentre ridevano e gli sputavano addosso, valevano più delle parole.
A un tratto, quando uno dei due, il più grosso, prese la rincorsa per colpirlo con un calcio in pieno viso, Alfonso aveva capito quel che c’era da capire.
– E così – aveva sibilato alzandosi in piedi e afferrando la gamba che stava per colpirlo con una mano – voialtri non gradite i poveretti come me?
Il giovane era rimasto bloccato con la gamba per aria, cominciando a saltellare sull’altro piede per non perdere l’equilibrio. Il suo compare intanto se la rideva, pregustando il rumore delle ossa che avrebbero spaccato a quel ridicolo senzatetto che gli dava contro.
Ma non ci fu tempo che per qualche pensiero. Alfonso, mostrando una rapidità fuori del comune, colpì il ginocchio del naziskin con una gomitata secca, piegandolo contro natura, come un compasso aperto fino a spezzarsi. Quello ebbe a malapena il tempo di cominciare a gridare, sentendo i suoi legamenti saltare in quel modo. Mentre l’altro alzava inebetito una mano, come a voler fermare quel che stava accadendo, Alfonso aveva cavato dalla sua lunga barba, grigia e incrostata, un pugnale sottilissimo, quasi come una scheggia d’argento, e aveva colpito la sua preda in mezzo alla bocca spalancata.
Il corpo si era accasciato col rumore di una coperta bagnata, mentre il secondo nazi si scagliava a sua volta contro quel barbone impazzito, accompagnato dallo scatto di un coltello a serramanico.
Alfonso si scostò dal colpo con un balzo, e prima che il suo assalitore avesse il tempo di reagire lo colpì alla tempia con lo stiletto, facendogli schizzare fuori l’occhio sinistro. Solo in quell’istante, mentre il bulbo gli penzolava dalla faccia come un macabro pendaglio, comprese l’identità di quel vecchio barbone che li aveva appena uccisi.
Dopo aver colpito anche quel secondo nemico, Alfonso si era guardato in giro e aveva sospirato. Non c’era nessuno. Senza perdere tempo cosparse i corpi con una polvere presa da un sacchetto che teneva in tasca, poi pronunciò tra i denti una serie di parole, che ormai era uno dei pochi a conoscere. Nell’istante in cui terminò la sua litania una fiamma verde e bluastra si sollevò dai due cadaveri e cominciò a divorarli. In meno di un minuto i corpi dei due naziskin mutarono in quelli di due vecchiette ingobbite, incredibilmente magre e minute.
Le streghe dell’est bruciarono così, rapidamente, con un fuoco freddo e privo di fumo, come la cattiveria che erano abituate a diffondere. Con quelle due erano già cinque, in pochi mesi.
Alfonso, mentre riponeva il sacchetto con la polvere di cipolla, era rimasto ancora qualche attimo a fissare quei corpi, pur sapendo che in pochi secondi non sarebbe rimasto che un mucchietto di polvere. Poi si era voltato incamminandosi verso la strada, ricominciando a zoppicare e sistemando il coltello d’argento dentro la sua lunga barba, facendo attenzione a non schiacciare i pidocchi.
Per lui, uno fra gli ultimi benandanti, un buon travestimento era fondamentale.


VERSIONE IN FRIULANO
postato da: gelostellato alle ore 15:07 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: racconti, streghe, trieste, benandanti
venerdì, 21 marzo 2008

LAIPOD

Torsa 22-02-2008

Mi è sempre piaciuto passare un po' di tempo in solitudine. Raccogliere le mani con le tasche e bighellonare senza meta, privandomi del contatto con le cose di ogni giorno. Se fossimo in zona Sol Levante la potreste chiamare meditazione, ma qui siamo in oriente sì, ma dell'Italia, e il nirvana si raggiunge con qualche “taglio” e una manciata di bestemmie, piuttosto che con l'Om.
Eppure, anche con l'idea che non dovrei sprecare così il tempo, quando le giornate sono stressanti, riempite di gente riempita di problemi, continuo a farlo. Mi rilassa. Spesso, anche a ore improbabili, faccio un giro per la campagna, magari costeggiando l'argine di qualche torrente di sorgiva, gli stessi che da piccolo, erano mare per le mie nuotate.

Ieri, tanto per raccontarvene una, stavo costeggiando il Torsa, seguendo uno di quei sentieri ciclabili, che da un po’ di anni a questa parte sono diventati i migliori amici delle amministrazioni comunali. Il sentiero comincia vicino al cimitero e prosegue fino all’altro lato del paese, o viceversa, dipende da dove partite. Fatto sta che la notte, vuoi per i rami che paiono formare una galleria, vuoi per le voci della primavera che bisbigliano, è parecchio suggestivo, tanto da spaventare.
Infatti ieri, quando ho raggiunto le panchine di legno che il gruppo degli alpini ha allestito in mezzo alla boscaglia, per poco non mi prendeva un colpo quando ho scorto il profilo di un giovanotto, sorgere dal buio.
Se ne stava seduto come un bonzo, fumando con lo sguardo perso sull’acqua e sui giochi delle correnti. Ok, mi son detto, è sabato sera, ma sono anche le due di notte! Va bene per sorprendere due fidanzatini a districarsi tra cambio e cruscotto, ma incortrare un tizio, coi capelli grossi come serpi, tutto solo, immobile più di un sasso, non è certo cosa di ogni giorno!

Che stia poco bene? Magari aveva bisogno d’aiuto. Per questo mi sono avvicinato senza far rumore, non volevo spaventarlo. Macchè! Quello nemmeno se arrivavo a capriole si accorgeva di me! Mi sono seduto al suo fianco e non se n’è nemmeno accorto! Che fosse sordo?
L’ho capito solo dopo, che aveva sprofondato le orecchie in uno di quei moderni aggeggi che vanno tanto di moda tra i giovani d’oggi. Laipod, mi pare si chiamino.
Forse è per quello che ha reagito così. Appena gli ho appoggiato la mano sulla schiena ha gridato e si è voltato di scatto. Ha spalancato gli occhi che parevano due palline da ping pong, si è alzato ed è corso via come un pazzo, dimenticandosi persino quell’arnese che fa musica.
Ah… mi son detto, quanti problemi hanno i giovani d’oggi… Proprio non riesco a capirli. Così ho raccolto il laipod e me ne sono andato per la mia strada.
 

***

 
– Merda merda merda! Sporcatrottola se non l’ho visto! Non era mica ubriaco, sporcocane!
– Mavvaiacagare, coglione! Ma smettila con quei cannoli!
– Ma sporcamerda! Dovete credermi! Non fate gli stronzi! Sennò che amici di merda siete! Lo giuro sul berretto di Bob Marley! Quello era un fantasma, cazzo!
– Piero! L’unico fantasma qui, è il tuo cervello! Su dai, ti accompagnamo noi, che domani mattina non ne trovi certo due.
– Vabbè dai, ok, forse avete un po’ ragione. Chissà che cosa ho visto…
Così, alle tre del mattino, facendosi luce con i cellulari, erano tutti a testa bassa, a cercare l’i-pod di Piero in mezzo ai rovi e alle erbacce. Non potevano accorgersi che un bagliore li stavo osservando, dal folto del bosco, vicino a un paio di cuffie sospese a mezz’aria.

postato da: gelostellato alle ore 10:06 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: racconti, fantasmi, alberi, torsa
mercoledì, 12 marzo 2008

SBILF

Chiesetta votiva 28 febbraio 2008– Su, su signore, mi racconti. Sa… abbiamo molto lavoro qui al comando.
– Eh… non so proprio da che parte iniziare, signor Caporale… – esordì il vecchietto, strascicando le parole, figlie di una voce ruvida e catarrosa.
– Beh, innanzitutto non sono caporale, – lo corresse il giovane carabiniere, con educazione – e poi, che ne dice di comiciare a raccontare quel che è successo dall’inizio?
Il nonnino allora, restando rintanato nel cappotto, si sistemò sulla sedia e appoggiò il cappello sulle ginocchia.
– Lei ha presente quella specie di piccolo altare votivo fra Basaldella e Carpeneto?
– Mmm… sì… abbastanza… – cincischiò l’altro, mentendo.
– Ecco! Io faccio quella strada lì, quando c’è nebbia, come oggi. L’ho fatta anche un’ora fa. Sa, meglio non rischiare con la mia vecchia Cinquecento.
– Eh sì, ha proprio ragione… ma su, mi dica? Cosa le è successo? Ha visto qualche straniero con l’aria da poco di buono?
– Ecco Brigadiere… straniero non so… ma per quel che mi ha combinato, quello là, è proprio un mascalzone!
– Eh, mi spiace, ma non sono neanche brigadiere. Comunque avanti avanti… mi racconti. – lo invitò, cominciando a prendere sul serio la questione.
– Allora, – cominciò il vecchietto, scatarrando prima nel fazzoletto e ficcandoselo in una manica – mi ero fermato davanti a questo altare, per dire un’Ave Maria, e ho sentito una voce chiamarmi dal buio.
Il carabiniere lo ascoltava solo con mezzo orecchio, scartabellando verbali e multe. Il vecchietto gli riusciva simpatico, ma non poteva certo perderci il pomeriggio.
– Insomma… – continuò quello – Mi sono visto sbucare da una crepa del muro un omuncolo! Piccolo, sporco, brutto, con la faccia piena di rughe e bozzi e le orecchie più appuntite di una lepre!
“Salve!” Mi ha detto euforico. E io che avrei dovuto fare, signor Maresciallo? Ovviamente ho ricambiato il saluto!
– E poi? – gli chiese il carabiniere, ormai convinto di avere a che fare con un folle, e senza specificare che non era nemmeno un maresciallo.
– E poi gli ho chiesto chi era, no. Che domande! E sa cosa mi ha risposto? “Uno sbilf!” Al che giustamente gli ho fatto presente che il suo posto è in Carnia, a far dispetti ai cjargnelli! E lui sa cosa mi ha detto, signor Colonnello?
– Cosa? – fece il carabiniere, scuotendo il capo, a quell’ennesimo impertinente grado militare.
– Mi ha detto: “Tanto per cominciare faccio sparire l’auto a te! E per i compaesani ci penserò.” E come mi sono voltato per controllare, la mia Cinquecento bianca era già scomparsa!
– Aha! – esclamò il carabiniere, mostrando finalmente un po’ d’interesse – Ma allora come ha fatto ad arrivare fin qui? Si è fatto accompagnare?
– Certo che no! Sono venuto con la mia Cinquecento.– gli rispose il vecchietto, meravigliato.
– Ma non l’aveva rubata lo sbilf?
– Nooo, non rubata! Fatta sparire! È diverso eh.
– Un’automobile invisibile allora?
– Beh… magari non so se del tutto invisibile. Perché io la vedo eh, sennò come farei a salirci!?
– Ah… Capisco… Mi scusi, mi scusi… – fece il carabiniere, conciliante, mentre faticava a trattenere le risate – E cosa possiamo fare quindi? Vuole che facciamo una denuncia per “scancellazione di veicolo?”
– Ecco sì! Proprio quella ci vuole! Vi serve il mio nome vero?
– Eh già. Lei è il signor…
– Beppino!
Il carabiniere scrisse su un A4 “BEPPINO” e poi, con educazione disse al vecchietto che adesso poteva andare, e che avrebbero fatto ricomparire la sua auto al più presto.
Appena ebbe lasciato il comando, scoppiò a ridere!
La risata si affievolì, però, quando sbirciando Beppino dalla finestra, lo vide allontanarsi sospeso a mezz’aria, come se guidasse davvero un’auto invisibile!
Avrò avuto un’allucinazione, pensò stropicciandosi gli occhi, con mezza risata ancora attaccata alla faccia. Ma anche quella mezza scomparve, quando si accorse che la sua Golf, nuova di zecca, era sparita.

postato da: gelostellato alle ore 17:43 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: racconti, nebbia, basaldella, sbilfs, carpeneto
domenica, 02 marzo 2008

ROVI

2008 02 04 030

Da quando aveva comprato lo stereo nuovo, Alfredo si svegliava in preda all’euforia. Aveva scoperto una funzione che gli permetteva di far partire, al momento opportuno, una qualsiasi canzone del cd che sceglieva. Amava così tanto alzarsi ascoltando “Mueç” dei Pantan che puntava la sveglia anche nei week end.
Da qualche mese, poi, abitava in periferia e la casa più vicina stava di fronte alla finestra della sua camera, lontana una cinquantina di metri.
E proprio quella finestra, una domenica mattina, fu quella che Alfredo scoprì piena di rovi.
Da non crederci. Non c’era più traccia del vetro, sostituito da un groviglio di sterpi. Probabilmente stava sognando, si disse, ed era ancora notte fonda.
Certo, aveva bevuto un paio di birre di troppo, la sera prima, ma questo non spiegava quella spinosa visione alla finestra.
Si stropicciò gli occhi e afferrò il cellulare, per guardare l’ora. Le undici e mezza! Puttanissima miseria, disse ad alta voce, non può essere ancora buio!
Qualcosa non quadrava.
Schizzò dal calduccio delle coperte come uno sputo e si avvicinò a quei rovi. Alcuni erano grossi quanto una biscia, altri parevano la coda di una pantegana, ma a parte le spine, aguzze e tendenti al rosso, sembravano proprio dei normalissimi rovi. Ma che ci facevano lì?
Alfredo non era una persona curiosa, ma a quel punto gli sorse un dubbio terrificante: s’infilò i vestiti e corse a sbirciare dalla porta d’ingresso, che dava sulla strada.
Tutto normale. Asfalto, luce del sole, automobili incazzate e paciose signore, che calcolavano il ritardo opportuno per svicolare dalla lunga omelia di Don Giacomino.
Lo stereo continuava a suonare.
Rassicurato, si fece prendere dalla curiosità, e afferrate un paio di cesoie cominciò a potare quella spinosa capigliatura vegetale, con l’intenzione di uscire dalla finestra e ricavare una galleria. Si scorticò le mani e il viso, strappando e tagliando fino a stufarsi. Dopo essere uscito dalla finestra aveva ricavato da quei rovi una galleria lunga un centinaio di metri. Impossibile, continuava a ripetersi, non aver incontrato la casa dei suoi vicini. Si fermò a pensare, stanco e dolorante.
Meglio lasciar perdere e cercare qualcuno con un decespugliatore.
Tornò indietro, in un intrico che già stava via via ricrescendo.
Ripose le cesoie nel cassetto degli attrezzi, spense lo stereo e indossò il giubbotto.
Appena aprì la porta d’ingresso si fermò, come se avesse dimenticato qualcosa.
Aveva di fronte un altro impenetrabile muro di rovi.



ROVI: VERSIONE IN FRIULANO

postato da: gelostellato alle ore 15:13 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: racconti, rovine, pocenia, eventi soprannaturali
martedì, 26 febbraio 2008

TRIANGOLI

2008 02 04 017– Ehi! Flavio… – gridò Francesco, sbuffando tra una pedalata e l’altra – Ma… cos’è… un Biotòpo?
– Ma quello che rincorre il Biogatto, noh? – gli rispose l’altro, ridendo come se non fosse già un’ora che faticavano sulle loro mountain bike.
– Stronzo! – aveva ribattuto Francesco, accigliandosi – Dai su, fermiamoci!
E già stava tornando indietro, alzandosi sui pedali e svoltando nello sterrato indicato dal cartello.
Flavio non aveva potuto fare altro che seguirlo, spiegandogli dove mettere l’accento in quel pacifico angolo di palude, dove la terra molle e umida era attraversata da un sentiero rialzato, fatto interamente di legno.
– Ok, adesso andiamo però, che ci manca ancora un sacco di chilometri.
Francesco non rispondeva. Restava immobile a fissare tre alberi, probabilmente pioppi, che formavano una specie di triangolo. Prima di ripartire, Flavio dovette attendere che l’amico, intontito, li carezzasse uno a uno, come fossero micetti.
Rientrarono ch’era buio, fra i clacson nervosi del sabato sera.

La sera stessa, poco dopo mezzanotte, Francesco non aveva resistito. Era salito in auto ed era tornato lì, sedendosi in posa contemplativa nell’erba umida, proprio in mezzo al triangolo. Le rane e i grilli parevano soffocargli le orecchie.
Di nuovo le voci di quel pomeriggio.
– Vieeeni… vieeeni… – udì cantare da tutte le direzioni.
E quasi subito, dal buio sbucò una ragazza. Gli sembrava quasi fosse stata nascosta dietro il tronco di uno di quei tre alberi. Era nuda, ma i capelli erano così lunghi che le coprivano il sesso e i grossi seni. Mentre si avvicinava si accorse che era bellissima, e che sorrideva.
– Benvenuto, bel giovanotto – sentì pronunciare all’improvviso, da una voce dietro di lui. Voltandosi sussultò, incontrando lo sguardo di altre due ragazze, nude e bellissime come la prima. Si avvicinavano.
La prima cosa che toccò, furono i loro capelli, scurissimi: avevano il profumo forte dell’erba appena falciata.
Da lì in poi, Francesco non si ricorda quasi nulla. Sa solo di essere stato spogliato, e usato più come un oggetto, che come uomo; succhiato e leccato come una caramella, saporitissima.
Lo aveva svegliato un cacciatore, il mattino seguente.
– Vergognati pervertito! – gli gridava, rincorrendolo con la doppietta in mano.
Si era dovuto nascondere in un fossato, a farsi pungere dalle zanzare finché non fosse di nuovo buio.


Flavio, quand’era venuto a prenderlo, sprofondato in auto e avvolto nei coprisedili, non riuscì a smettere di ridere, immaginando chissà quale appuntamento mercenario mal riuscito. Francesco ci aveva provato, a spiegargli, ma era come sperare di addolcire un fiume con una bustina di zucchero.
Così aveva lasciato perdere.
Da quella sera però, quasi ogni sabato, prendeva l’auto e stava fuori tutta la notte, portandosi dietro un cambio di vestiti.

 

VERSIONE IN FRIULANO

postato da: gelostellato alle ore 08:30 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: racconti, alberi, streghe, flambro
domenica, 17 febbraio 2008

NEMMENO TANTO BUONE

flambro - 2008 02 04

Avevo appena parcheggiato l’auto poco lontano dall’abitato di Flambro, a una cinquantina di metri da una casa colonica abbandonata, e subito mi ero infettato di un’insana smania di dovervi entrare.
Ero lì per trascorrere un’ora pescando nelle acque di sorgiva del Brodis, lasciandomi carezzare dagli ultimi raggi di sole, ma quando quelle finestre, coperte di rovi, mi rubarono la prima occhiata, mi parve che l’unica cosa con un senso, quella sera, fosse entrare in quel rudere. Per questo andai.
Anche la porta, per una buona metà, era coperta dai rovi, e per superarli mi scorticai le mani.
Appena dentro realizzai di essere uno sciocco. C’erano solo calcinacci su calcinacci. A malapena c’era traccia del tetto, e i muri erano coperti delle solite scritte volgari e grossolane, inneggianti ai Doors, Ozzy Osbourne e alla figa. Solo quest’ultima, pensai con un sorriso, andava ancora di moda.
Doveva essere da parecchio che nessuno vi metteva piede, pensai. Chissà cosa speravo di trovare.
In ogni caso, tanto valeva salire al piano superiore. Anche lì non c’erano altro che scritte e calcinacci. Solo una stanza conservava un angolo di copertura, che la lasciava in penombra.
E proprio in quell’angolo c’era una sedia, ma quando i miei occhi si abituarono, vidi che non era vuota, ma vi sedeva una vecchia, vestita di nero, che mi fissava!
Sobbalzai. Mi parve che il cuore volesse schizzarmi fuori dalle orecchie. Una vecchia? Lì tra quei ruderi? Com’era possibile?! No, non poteva essere. Era sicuramente un fantoccio, messo lì per scherzo.
– Buonasera. – ecceggiò una voce da cornacchia, quasi subito.
– B… Bu… Buonasera… – risposi, immobile come un baccalà.
Sprofondava il viso rugoso in un fazzoletto nero, e i capelli grigi, disordinati, le coprivano gli occhi come una stravagante ragnatela.
– Giovanotto, – disse – per favore, potresti portarmi un bicchiere d’acqua? Ho una sete… Prendi pure il bicchiere.
E infatti, poggiato su un mattone, c’era un bicchiere di quelli per il taglio di vino, che ormai non fabbricano quasi più. Il movimento del suo braccio che lo indicava mi scosse. Mi voltai e mi gettai per le scale a rotta di collo, come un forsennato, incurante delle spine che mi graffiavano la faccia. Mi fiondai in macchina, imprecando, e fuggii avvolto dal rumore della ghiaia che sbatteva sulla lamiera.
Quando il batticuore cessò, una volta a casa, ripensai a mia nonna, che da piccolo mi raccontava sempre delle agane, le streghe che vivevano vicino ai ruscelli di quelle parti. Che stronzate, pensai.
Solo la mattina seguente, quando salii in auto e vidi un bicchiere rotolare tra i pedali, mi ricordai che diceva sempre: – Non sono streghe cattive… ma nemmeno tanto buone.




postato da: gelostellato alle ore 10:42 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: racconti, streghe, rovine

Chi sono

Blogger: gelostellato
Nome: gelostellato

Questi racconti brevi si dovrebbero leggere in 100 secondi o poco più.
Nascono tutti da una foto e hanno una corrispondente versione in lingua friulana.
Le foto sono mie e sono descritte nella sezione multimedia; potete utilizzarle come vi pare e piace. (Io le uso come sfondo del desktop finchè non mi ispirano la storia, poi le cambio).
Non c'è regolarità nella pubblicazione: sono storie scritte di getto e sono imperfette, ma spero siano comunque godibili.
Commenti, consigli, insulti e saluti sono sempre graditi.
Buona lettura
R.


Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte