Da quando aveva comprato lo stereo nuovo, Alfredo si svegliava in preda all’euforia. Aveva scoperto una funzione che gli permetteva di far partire, al momento opportuno, una qualsiasi canzone del cd che sceglieva. Amava così tanto alzarsi ascoltando “Mueç” dei Pantan che puntava la sveglia anche nei week end.
Da qualche mese, poi, abitava in periferia e la casa più vicina stava di fronte alla finestra della sua camera, lontana una cinquantina di metri.
E proprio quella finestra, una domenica mattina, fu quella che Alfredo scoprì piena di rovi.
Da non crederci. Non c’era più traccia del vetro, sostituito da un groviglio di sterpi. Probabilmente stava sognando, si disse, ed era ancora notte fonda.
Certo, aveva bevuto un paio di birre di troppo, la sera prima, ma questo non spiegava quella spinosa visione alla finestra.
Si stropicciò gli occhi e afferrò il cellulare, per guardare l’ora. Le undici e mezza! Puttanissima miseria, disse ad alta voce, non può essere ancora buio!
Qualcosa non quadrava.
Schizzò dal calduccio delle coperte come uno sputo e si avvicinò a quei rovi. Alcuni erano grossi quanto una biscia, altri parevano la coda di una pantegana, ma a parte le spine, aguzze e tendenti al rosso, sembravano proprio dei normalissimi rovi. Ma che ci facevano lì?
Alfredo non era una persona curiosa, ma a quel punto gli sorse un dubbio terrificante: s’infilò i vestiti e corse a sbirciare dalla porta d’ingresso, che dava sulla strada.
Tutto normale. Asfalto, luce del sole, automobili incazzate e paciose signore, che calcolavano il ritardo opportuno per svicolare dalla lunga omelia di Don Giacomino.
Lo stereo continuava a suonare.
Rassicurato, si fece prendere dalla curiosità, e afferrate un paio di cesoie cominciò a potare quella spinosa capigliatura vegetale, con l’intenzione di uscire dalla finestra e ricavare una galleria. Si scorticò le mani e il viso, strappando e tagliando fino a stufarsi. Dopo essere uscito dalla finestra aveva ricavato da quei rovi una galleria lunga un centinaio di metri. Impossibile, continuava a ripetersi, non aver incontrato la casa dei suoi vicini. Si fermò a pensare, stanco e dolorante.
Meglio lasciar perdere e cercare qualcuno con un decespugliatore.
Tornò indietro, in un intrico che già stava via via ricrescendo.
Ripose le cesoie nel cassetto degli attrezzi, spense lo stereo e indossò il giubbotto.
Appena aprì la porta d’ingresso si fermò, come se avesse dimenticato qualcosa.
Aveva di fronte un altro impenetrabile muro di rovi.

Avevo appena parcheggiato l’auto poco lontano dall’abitato di Flambro, a una cinquantina di metri da una casa colonica abbandonata, e subito mi ero infettato di un’insana smania di dovervi entrare.
Ero lì per trascorrere un’ora pescando nelle acque di sorgiva del Brodis, lasciandomi carezzare dagli ultimi raggi di sole, ma quando quelle finestre, coperte di rovi, mi rubarono la prima occhiata, mi parve che l’unica cosa con un senso, quella sera, fosse entrare in quel rudere. Per questo andai.
Anche la porta, per una buona metà, era coperta dai rovi, e per superarli mi scorticai le mani.
Appena dentro realizzai di essere uno sciocco. C’erano solo calcinacci su calcinacci. A malapena c’era traccia del tetto, e i muri erano coperti delle solite scritte volgari e grossolane, inneggianti ai Doors, Ozzy Osbourne e alla figa. Solo quest’ultima, pensai con un sorriso, andava ancora di moda.
Doveva essere da parecchio che nessuno vi metteva piede, pensai. Chissà cosa speravo di trovare.
In ogni caso, tanto valeva salire al piano superiore. Anche lì non c’erano altro che scritte e calcinacci. Solo una stanza conservava un angolo di copertura, che la lasciava in penombra.
E proprio in quell’angolo c’era una sedia, ma quando i miei occhi si abituarono, vidi che non era vuota, ma vi sedeva una vecchia, vestita di nero, che mi fissava!
Sobbalzai. Mi parve che il cuore volesse schizzarmi fuori dalle orecchie. Una vecchia? Lì tra quei ruderi? Com’era possibile?! No, non poteva essere. Era sicuramente un fantoccio, messo lì per scherzo.
– Buonasera. – ecceggiò una voce da cornacchia, quasi subito.
– B… Bu… Buonasera… – risposi, immobile come un baccalà.
Sprofondava il viso rugoso in un fazzoletto nero, e i capelli grigi, disordinati, le coprivano gli occhi come una stravagante ragnatela.
– Giovanotto, – disse – per favore, potresti portarmi un bicchiere d’acqua? Ho una sete… Prendi pure il bicchiere.
E infatti, poggiato su un mattone, c’era un bicchiere di quelli per il taglio di vino, che ormai non fabbricano quasi più. Il movimento del suo braccio che lo indicava mi scosse. Mi voltai e mi gettai per le scale a rotta di collo, come un forsennato, incurante delle spine che mi graffiavano la faccia. Mi fiondai in macchina, imprecando, e fuggii avvolto dal rumore della ghiaia che sbatteva sulla lamiera.
Quando il batticuore cessò, una volta a casa, ripensai a mia nonna, che da piccolo mi raccontava sempre delle agane, le streghe che vivevano vicino ai ruscelli di quelle parti. Che stronzate, pensai.
Solo la mattina seguente, quando salii in auto e vidi un bicchiere rotolare tra i pedali, mi ricordai che diceva sempre: – Non sono streghe cattive… ma nemmeno tanto buone.